DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI FEDELI CONVENUTI A ROMA
IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE DI
CONTARDO FERRINI
  

Lunedì, 14  aprile 1947

 

Con singolare gradimento vi salutiamo, illustri Professori e diletti figli, che siete convenuti in questa eterna Città, madre del diritto, per venerare il novello Beato Contardo Ferrini, decoro delle Università italiane e specchio di vita cristiana, apparso a risplendere, come fulgido esempio di scienza e di virtù, negli Atenei del sapere. Molto opportuna, dunque, è stata l’opera della benemerita e a Noi carissima Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano nel farsi promotrice di questa causa di Beatificazione, perché scienza e fede resero insigne il nostro Contardo, quella scienza che non osteggia la fede, ma della quale egli si fece un gradino per elevarsi più in alto verso Dio e la religione dei suoi padri, abbracciando, come in una sintesi della sua vita, la scienza umana e la scienza religiosa, per poggiare infine verso un’altra scienza sovreminente, la scienza della carità di Cristo: « scire etiam supereminentem scientiae caritatem Christi ». Scienza umana, scienza religiosa e scienza della carità di Cristo: ecco i gradi del genio, delle virtù e della santità di Contardo. Ma la santità ha anch’essa un maestro, quel Maestro divino, che già disse ai suoi Apostoli « magister vester unus est Christus »; e infatti alla scuola di Cristo Contardo apprese il valore del mondo e dell’anima, e pose i fondamenti di quell’intimo edificio spirituale, che andò costruendo negli anni della sua breve ma operosissima vita.

Egli aveva compreso che l’uomo è un « ens finitum, quod tendit ad infinitum »; che ha un’anima immortale, la quale varca l’abisso che divide il mondo materiale dallo spirituale e, separandosi dal corpo, vola a posarsi sulla sponda dell’eternità davanti allo sguardo e al giudizio di Dio. A quell’alta meta egli tenne sempre rivolto e fisso l’occhio e il pensiero durante il suo terreno cammino, nutrendosi lungo la via con l’alimento del sapere e della scienza umana, storica e giuridica, ma facendo cibo vitale e sostanziale del suo spirito la pietà e le virtù attinte dalla rivelazione divina, per immedesimarsi con Cristo nel fuoco della sua carità.

Formazione scientifica del nuovo Beato.

« Cor sapientis quaerit doctrinam »: La mente assennata cerca il sapere . Questo detto della Sacra Scrittura brilla come stella polare sulla vita e sull’opera del Ferrini, giovane studente delle scienze giuridiche. Appena egli ebbe terminato con ottimo successo gli studi secondari, si dedicò con assidua cura alla scienza propriamente detta. In una età, nella quale altri non di rado cominciano col darsi alla spensieratezza goliardica e agli eccessi della libertà universitaria, e così troppo spesso sciupano i loro più begli anni e le loro migliori forze, il Ferrini si applicò subito con raro fervore allo studio. Ben presto si manifestò in lui una spiccata tendenza per la ricerca scientifica, anzi in un campo che può sembrare, a chi non ne conosce il pregio, arido, lontano dal mondo e quasi non giovanile, e che allo studente, il quale deve contare con un sollecito avanzamento nella vita pratica, non promette che scarsi vantaggi esteriori: vogliamo dire il campo della indagine delle fonti e della storia del diritto romano. Ma il Ferrini portava con sé in questa impresa un ricco patrimonio: non solo, cioè, una profonda conoscenza delle lingue antiche e una buona padronanza dei più importanti idiomi moderni, ma anche un puro ed alto idealismo, che gli svelava e gli additava nel diritto romano un riflesso di quella legge naturale, che dallo stesso pensiero pagano fu considerata come qualche cosa di eterno e di divino, secondo la solenne attestazione di Cicerone: « Hanc igitur video sapientissimorum fuisse sententiam, legem neque hominum ingeniis excogitatam nec scitum aliquod esse populorum, sed aeternum quiddam, quod universum mundum regeret imperandi prohibendique sapientia » .

Una magnifica laurea all’Università di Pavia, madre gloriosa di numerosi giuristi, con una tesi sulla utilità che la storia del diritto criminale può trarre dai poemi di Omero e di Esiodo, formò il primo coronamento del suo lavoro. Con questo il giovane Dottore si acquistò anche una borsa di studio in una Università estera. Il sentimento poi e l’interesse, da cui era animato per la sua disciplina prediletta, lo indussero a far cadere la sua scelta sopra la Università di Berlino.

Pieno quindi il cuore di speranze, ma pur non senza trepide ansietà, il Ferrini nell’autunno del 1880 varcò le Alpi e si diresse verso la Germania, nell’allora splendida metropoli dell’Impero degli Hohenzollern, che, dopo la vittoria conseguita dieci anni prima, si era venuto elevando a Potenza mondiale; in Berlino che era anche il centro del protestantesimo germanico e della lotta che il Cancelliere v. Bismarck aveva mosso contro la Chiesa. Chi potrà dire quali prove quel giovane, fervido amante della sua fede avita e risoluto a conservare intatto il giglio della sua purezza, ebbe ad incontrare nel vortice di una città moderna e, nella sua grande maggioranza, non cattolica? Sappiamo però con certezza che egli, al termine dei suoi studi, tornò in patria consolidato e raffermato nella integrità della sua virtù virile, illuminato e rinvigorito nella fermezza della sua fede. Egli aveva potuto osservare coi suoi propri occhi la povertà spirituale di coloro che, fuori della vera Chiesa di Cristo, dovevano vivere senza il sostegno dei Sacramenti, privi del divino conforto della Ss.ma Eucaristia, « da quel convito di paradiso lontani e digiuni ». Ma al tempo stesso aveva veduto da vicino, con tutto l’entusiasmo della sua anima giovanile, come una minoranza cattolica, nel turbine del Kulturkampf, poteva opporre con indomabile sicurezza di vittoria una eroica ed efficace resistenza, difendere non timida il Regno di Cristo e il suo Vicario in terra, tenersi stretta ed unita in fraterna concordia, e stabilire saldamente, non pavida di fronte a tutte le forze nemiche, una valida organizzazione delle proprie file. Con particolare fervore il suo cuore si sentiva attratto verso le grandi opere cattoliche di carità e di azione sociale, cui egli poté partecipare come membro attivo delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli. Tuttavia la sua precipua cura in Berlino era rivolta ai suoi studi di perfezionamento sotto la guida di quegli illustri maestri, che nel campo delle ricerche storiche e segnatamente storico-giuridiche, tenevano in quel tempo il primato.

Lo studio del diritto romano intorno al 1880

È cosa a voi ben nota, illustri e dotti ascoltatori, come, sul finire del secolo decimo ottavo, la scienza del diritto romano si era venuta orientando verso le concezioni della scuola del diritto naturale, per poi presto decadere verso la filosofia dell’illuminismo. Senza dubbio la sana dottrina del diritto di natura, quale era stata insegnata nel grembo della Chiesa dai rappresentanti della « philosophia perennis » e aveva raggiunto il suo apice nelle opere di un Tommaso d’Aquino e di un Suarez, avrebbe potuto avere una feconda efficacia anche sugli studi romanistici. Purtroppo però quella scuola era andata sempre più straniandosi dalle alte verità del pensiero cristiano e si era volta alle insostenibili massime degli enciclopedisti e dei filosofi illuministi. Chi potrebbe quindi meravigliarsi che essa non pervenisse a nulla di veramente e stabilmente proficuo? In tal guisa, dopo un breve e promettente impulso, quel movimento rapidamente declinò e si esaurì in infeconde controversie e in un malsano dommatismo giuridico.

Ben presto si manifestò la reazione. Già verso l’inizio del secolo decimo nono si era destata nella gioventù studiosa una forte aspirazione verso nuovi metodi e nuove forme. Distaccatasi dal freddo ed arido culto della ragione proclamato dalla filosofia dell’illuminismo, infiammata dall’entusiasmo nazionale, la giovane generazione colta si rifugiò con amore nella indagine della storia patria, specialmente della cultura medioevale, che con la sua poesia, col suo pensiero religioso, con le sue caratteristiche forme di vita e di diritto empiva in egual modo di soddisfazione e di gioia la mente e il cuore. Spuntò così l’età del romanticismo e con questo nacque anche un nuovo senso per la storia e la ricerca storica in ogni campo.

Cominciarono allora in Germania i geniali studi dei fratelli Grimm sull’antica lingua e letteratura tedesca e sulle antichità giuridiche dei popoli germanici; ebbe anche allora principio la grande opera « Monumenta Germaniae historica » destinata a riunire tutti i documenti della storia tedesca, comprese le raccolte delle leggi delle diverse stirpi germaniche; opera che rese preziosi servigi anche alla conoscenza della storia della Chiesa e del Papato nel Medioevo.

Così insigni lavori e progressi attuati nel campo delle fonti del diritto germanico esercitarono un potente impulso anche sugli studiosi del diritto romano, tanto più che dopo la celebre recezione del 1495 quest’ultimo costituiva la base dei diritto privato vigente in Germania. E fu di somma importanza che alla testa del nuovo movimento fosse un uomo di grande fama e sapere, il quale — al pari del Niebuhr negli studi e nelle ricerche sulla storia antica — era un autorevole cultore del diritto romano e al nuovo metodo storico diede una veste filosofica, per quanto non in tutto irreprensibile: Friedrich Karl von Savigny, considerato come il fondatore della « scuola storica » nella scienza giuridica moderna.

Su queste basi si sviluppò fra i romanisti in Germania una ricca e molteplice attività, che si può riassumere nei seguenti principali gruppi, dei quali occorre dare un brevissimo cenno per comprendere e quasi inquadrare l’opera e il contributo scientifico del nuovo Beato.

Il primo gruppo riguarda i lavori per le edizioni critiche delle fonti del diritto romano. Dopo che il Niebuhr nel 1816 ebbe scoperte e pubblicate le Institutiones di Gaio, tutta una serie di edizioni critiche venne alla luce, per le quali si resero, fra gli altri, particolarmente benemeriti un Theodor Mommsen, un Paul Krüger, un Otto Lenel, un Aemilius Seckel, un Wilhelm Studemund. Ma in più strette relazioni personali il Ferrini entrò con Alfred Pernice e Karl Eduard Zachariä von Lingenthal, investigatori e scrittori di avanguardia nel campo delle fonti del diritto romano-bizantino, i quali accolsero il giovane studente italiano con paterno affetto, lo curarono amorevolmente e lo incoraggiarono ed aiutarono a penetrare e approfondire quella vasta e difficile materia.

Il secondo gruppo concerne le esposizioni generali e le monografie sulla storia del diritto. Sommo fra tutti in questo campo primeggia il Savigny con la sua opera magistrale: « Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter », cui seguirono numerosi altri dottissimi, quali lo stesso Mommsen, il Pauly, il Voigt, il Karlowa, il Krüger, il Conrat, il Wissowa; mentre alla estensione delle ricerche e delle trattazioni sui singoli punti contribuiva la lunga serie di Riviste, fra le quali celeberrima rimase la « Zeitschrift für geschichtliche Rechtswissenschaft », fondata nel 1815 dal Savigny stesso, e di cui la nuova « Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte », con le sue tre sezioni di diritto romano, germanico e canonico, è la continuazione.

Finalmente, valendosi di così ricco materiale storico, sorsero i grandi commenti del diritto romano: il « System des heutigen römischen Rechts» del Savigny; i commenti di un Glück, di un Bethmann-Hollweg, di un Puchta, di un Windsckeid, di un Dernburg, e le classiche opere del Mommsen, « Römisches Staatsrecht e Römisches Strafrecht ». Quest’ultimo trattato venne alla luce quasi contemporaneamente con l’opera dello stesso nome del nostro Ferrini: « Diritto penale romano », la quale, a giudizio dei competenti e dello stesso Mommsen, non era, pur sotto diverso aspetto, di minor valore che quella del grande Maestro dell’antichità romana.

Il dotto, l’indagatore e il maestro

Tale era, descritto in rapidissimi tratti, il mondo scientifico, in mezzo al quale venne a trovarsi il nostro Beato, che, pieno di entusiasmo e di amore agli studi, dotato di mente acuta e di ferrea volontà, seppe non solo assorbire in sé e rendere fecondi i potenti impulsi al lavoro ricevuti dalla vita intellettuale in Germania, ma anche avanzare e crescere prontamente e sicuramente a maturità di perfetto indagatore e maestro. D’altra parte, le sue ferme convinzioni religiose e il suo spirito chiaroveggente lo preservarono da quelle opinioni ed esagerazioni, che fin dal principio cercarono di farsi largo fra i seguaci della scuola storica.

Già da tempo romanisti italiani di gran fama, come l’Alibrandi, il Serafini, lo Scialoia, vivamente deploravano che lo studio del diritto romano avesse perduto nella patria di ogni alta scienza giuridica in splendore e in potenza, e che il primato in tale campo fosse trasmigrato ad altri popoli. Nella giovane e forte anima del Ferrini ardeva la brama di lavorare instancabilmente fino al giorno che la figlia dimorante in terra straniera potesse essere degnamente e onoratamente ricondotta alla sua madre gloriosa. Quando egli nel 1882 fece ritorno in Italia, aveva raccolto in sé gli strumenti per così grandiosa opera, e se oggi nella scienza del diritto romano la patria di lui cammina di nuovo alla testa delle Nazioni, è merito, oltre che di altri insigni maestri, del nostro Beato.

Egli, che secondo la esortazione della Sacra Scrittura aveva cercato il sapere, adempiva anche l’altra parola dei Libri Santi: «Vir sapiens plebem suam erudit, et fructus sensus illius fideles sunt » , L’uomo sapiente istruisce il suo popolo, e i frutti della sua scienza sono durevoli.

« Plebem suam erudit »: egli divenne maestro della gioventù del suo popolo; a cui trasmise negli Atenei di Pavia, di Messina, di Modena, e poi nuovamente della sua diletta Pavia, i copiosi frutti del suo alto spirito, delle sue diligenti ricerche, del suo cuore generoso. I suoi modi distinti e riservati, la cristiana nobiltà di una santa vita, la sua maniera di porgere chiara e penetrante, il costante esempio di studioso indefesso e inflessibilmente retto gli guadagnarono dappertutto stima e ammirazione.

« Et fructus sensus illius fideles »: Ricca fu la messe che il nostro Beato produsse e raccolse come frutto del suo studio e del suo lavoro. In venti anni appena uscirono dalla sua penna oltre duecento pubblicazioni di carattere scientifico, fra cui opere di alta e durevole importanza; le quali tutte — anche quelle di minor mole — portano il sigillo della sua mente chiara, della sua vastissima cultura, della sua instancabile applicazione. Là voi trovate, accanto ad articoli su manoscritti inediti e su questioni particolari di diritto civile, ampie trattazioni circa le fonti e la storia del diritto romano, commenti alle Pandette e al gius penale romano, soprattutto poi quelle edizioni critiche delle fonti di diritto romano-bizantino, che resero il nome del Ferrini celebrato nel mondo scientifico, a cominciare dalla cosiddetta Parafrasi di Teofilo, attraverso i Digesti e i contributi alla reintegrazione dei Basilici, fino alle edizioni, venute alla luce dopo la prematura sua morte, del Libro Siro-Romano e del Tipucito in collaborazione con Giovanni Mercati, oggi onore e lustro del Sacro Collegio dei Cardinali.

È noto bensì che egli scriveva rapidamente e quasi in fretta (fretta di cui si risentiva talvolta l’esattezza delle citazioni); ciò non toglie tuttavia che i frutti delle sue opere, come furono da lui preparati e raccolti con perseverante e fedele lavoro, così sono essi stessi rimasti fedeli al loro autore, monumento perenne del suo veramente solido valore scientifico, imperituro contributo alla storia di quel diritto, che splenderà sempre fra i titoli indelebili di gloria del suo popolo e della sua patria. « Sunt iusti atque sapientes, et opera eorum in manu Dei » , I giusti e i sapienti e le opere loro sono nelle mani di Dio.

Lo studioso e il santo

In Contardo Ferrini, come in tutti gli uomini veramente grandi, il lavoro professionale e la vita intima erano congiunti in una indissolubile unità; perciò la sua figura di studioso diviene visibile in tutta la sua pienezza solamente nella luce del santo. La sua coscienza professionale era fin nelle sue più profonde radici illuminata e guidata da una pura fede e da un forte volere di servire la verità in tutte le sue manifestazioni, cercando Dio in ogni cosa e tutto dirigendo al Creatore e Signore secondo la santissima sua divina volontà.

Possono ben esservi stati dotti, che abbiano superato il Ferrini nella genialità dello spirito; altri che siano stati più di lui favoriti dalla sorte nelle loro ricerche. Ma nella perfezione e nella nobile purezza del genuino tipo dello studioso e indagatore, egli va certamente annoverato fra i migliori: uomo senza irrequietezza né violenza, riposante nella ferma e stabile armonia di tutte le sue forze spirituali, risultato di una vita di virtù e di preghiera. In lui tutto era diafana chiarezza, sicura tranquillità, serena letizia dello spirito, sincera dedizione e inalterato amore per la verità. Esteriormente sobrio e riservato, com’egli era, l’opera di lui però irradiava l’interna, contenuta fiamma dell’uomo, che ha dedicato la sua vita alla ricerca del vero e dietro il nobile volto di ogni scienza terrena cerca sempre l’eterna verità di Dio.

Questo amore della verità, genuino tratto distintivo dello studioso e del dotto, formava l’eccitamento e l’impulso dominante del suo lavoro; ad essa egli era dedito come a gran Dama con l’affetto e la devozione di un servitore fedele. Perciò egli nei suoi studi così volontieri risaliva di continuo alle fonti stesse, le esaminava e le scrutava con sapiente cura, affinché i fatti storici potessero parlare a lui il più possibile scevri di errore.

A ciò il Ferrini congiungeva una sana, vorremmo dire oggettiva umiltà, poiché si considerava dinanzi alla santità del vero non come un vanitoso saccente, ma soltanto come un modesto scolaro, egli che pure con la sua singolare conoscenza delle fonti e della letteratura, con la sua accuratezza e fedeltà nella indagine, con la sua acuta e pronta intelligenza, era divenuto padrone e Maestro della sua materia. La sua intima natura si riflette e si manifesta ancor oggi come in uno specchio nel suo stile, virilmente chiaro e lucido, calmo e oggettivo, semplice e schietto, ma animato dalla forza trascinante e irresistibile di un fervido ricercatore del vero e infaticabile lavoratore.

Sì; infaticabile lavoratore fu il nostro Beato. Al suo delicato corpo non usava alcun riguardo; non conosceva sosta né riposo; né mai fu che egli si lasciasse stancare o scoraggiare dal penoso minuto lavoro nello studio di difficili manoscritti; ché anzi allora assoggettava se stesso a più rigorosa disciplina. Quale meraviglia che da lui emanasse su quanti lo circondavano una potente forza morale, la forza di coloro che sono puri di cuore e che si sentono portati. sostenuti e mossi dallo spirito di Dio, la forza che essi attingono dal divin Redentore nella Ss.ma Eucaristia?

Contardo Ferrini era infatti — e questa è la qualità essenziale dell’animo suo — un santo. Santo, non come sovente se lo figura il mondo: un uomo estraneo alla vita terrena, incapace, inesperto, timido, impacciato. No. Il Ferrini era un santo del suo tempo, del secolo del lavoro vertiginoso, del secolo in cui la mente e la mano dell’uomo tendono a soggiogare tecnicamente e scientificamente la forza operosa di tutto l’universo sensibile.

Vita reale e fede soprannaturale

L’età nostra, che si chiama volentieri l’età del fatto reale, crede con ciò di dover rinunziare alla pietà e alla profondità del sentimento religioso, che si vorrebbe escludere come un irreale, infondato, superfluo ornamento della vita. Alcuni non riescono a comprendere come un uomo possa vivere nel mondo odierno, operare efficacemente e con frutto per il consorzio umano, e al tempo stesso essere un santo. Altri pensano che la vita interiore e la preghiera come « fatto mistico » siano in aperto contrasto con la dura lotta per la vita e col lavoro assillante dell’uomo moderno, che non ammette né misteri, né fede né timore di una vita futura. Per la fredda e scrutatrice ragione di un dotto, per lo spirito di un tecnico che vince e domina le leggi della natura, possono forse esistere un mondo soprannaturale e gli arcani della rivelazione? È la domanda che non pochi si fanno.

Qui il nostro Beato si fa avanti e risponde con un chiaro e risoluto . Egli pronunzia altamente e pienamente questo , che è la ferma sua professione di fede nella vita soprannaturale, nella rivelazione, nella santa Chiesa, come, d’altra parte, egli ha fiducia negli sforzi della scienza verso una sempre più vasta cognizione della verità. Egli è l’uomo della realtà moderna, ma anche il santo dell’ora presente; il mistico della unione con Dio, in cui era immerso, e insieme, per così dire, il mistico del fatto e della azione, di quella operosità, che non viene considerata, nel misconoscimento dell’ordine divino, come fine a se stessa o elevata a una sorte di surrogato della religione, ma che riceve stimolo e forza, dignità ed efficacia dal Creatore e Signore di ogni verità e non conosce che un solo altissimo fine: la gloria di Dio e il vero bene della umanità.

Diritto e legge separati da Dio. Vestigia terrent

Dio e il bene della umanità! Per il Ferrini il diritto con la sua storia e il suo svolgimento non era l’oggetto isolato di una ricerca scientifica, che trova in se stessa il suo appagamento, ma piuttosto l’applicazione della legge eterna, della legge morale divina alla realtà della vita umana, come una delle potenti colonne, che, fondate su Dio stesso, concorrono alla edificazione della società, al bene universale dei popoli.

Come avrebbe potuto essere altrimenti per il nostro Beato? Egli non poteva concepire che la legislazione, la storia e l’evoluzione del diritto fossero trattate come quegli affreschi e mosaici staccati dall’altare che adornavano ad insegnamento dei fedeli, per andare a perdere, fra le tele profane di un museo, la loro bellezza, la loro luce e quasi il loro stesso significato. Parimente diritto e legge, separati da Dio, sono come una cosa morta, come un ramo secco staccato dal ceppo vivente e vivificante, come una terra inaridita che non produce alcun frutto. Di quale fecondità, di quale profitto per la vera felicità di un popolo potrebbe essere una legislazione che non riposa sulla fede in Dio, che affetta d’ignorarla come inconcludente e superflua, o perfino si vergogna anche solo di pronunziare il santo nome del Signore? Allontanati da Dio, i corpi sociali e gli ordinamenti giuridici finiscono presto o tardi nel dispotismo e nella tirannide.

«Vestigia terrent! ». Ecco, esclama il Salmista, che. coloro i quali si allontanano da Te periranno . Felice invece il popolo, che ha per suo Dio il Signore! 

In un tempo in cui il mondo, diviso da Dio, sembra divenuto come impermeabile ad ogni influsso divino; in un tempo in cui alcuni sistemi filosofici deliberatamente si studiano di costruire sulla sabbia una morale e un diritto senza Dio; Ci è di sommo conforto che il Signore abbia dato alla Chiesa un Beato, il quale fu un Maestro, un Grande nel campo del diritto, ma al tempo stesso un uomo di Dio, un modello ammirabile per la elevazione soprannaturale del suo spirito e la santità della sua vita.

La scienza della carità di Cristo

Chinate dunque la fronte, illustri Professori e diletti figli, dinanzi alla immagine di Contardo Ferrini, elevato agli onori degli altari. Vivendo, egli non operò miracoli né portenti; il portento e il miracolo è egli stesso, che splende, esemplare di ogni virtù, alla venerazione del popolo. Chinate la fronte e meditate. Meditate in qual modo egli si fece santo, in un secolo in cui la carità di Cristo sembra bandita dalla società umana; in un secolo in cui la dottrina di Cristo e il suo Vangelo sono spesso disprezzati e scemati nella pratica della vita e della famiglia; in un secolo in cui è cresciuta bensì la scienza della natura e del mondo, ma anche quella che dalla natura e dalle viscere della terra trae e moltiplica le armi e le invenzioni per le lotte, le distruzioni e le stragi.

Meditate come con tutto il progresso che accompagna il corso della vita umana, l’uomo non ha qui una stabile dimora, perché è creato per un altro mondo, per un mondo spirituale, al quale tutti sono destinati, ma a cui tanto poco pensano i più. I santi sono gli eroi, che hanno il piede in terra e l’animo in cielo: Contardo Ferrini fu uno di questi, fin dalla sua giovinezza. Imparate da lui e dai suoi esempi a crescere nella scienza, che dalla terra si solleva al cielo e a Dio, e trasforma i passi della vita quaggiù in una somma di meriti per la vita, che di là da questa non ha più fine. Non vi insuperbisca la scienza profana; vi guidi verso l’alto la conoscenza delle verità della fede profondamente studiate e praticate; vi sublimi in Cristo la scienza della carità di Lui.



Beato Contardo Ferrini, terziario francescano (OFS), accademico e giurista italiano - Milano, 4 aprile 1859 † Verbania, 17 ottobre 1902 - Beatificato il 13 aprile 1947 da papa Pio XII - Patrono delle Università - Festa il 17 ottobre



l Beato Contardo Ferrini con i simboli della sua vita:
Il Crocifisso, la picozza di montagna e i libri
 Milano, Chiesa di Santa Maria della Consolazione (Largo Cairoli)

Contardo Ferrini venne beatificato nel 1947 da Papa Pacelli, Pio XII, ed in quella circostanza l'Arcivescovo di Genova Giuseppe Siri compose in onore del nuovo beato questa significativa preghiera:


O Beato Contardo, tu sei del nostro secolo; ne hai conosciuto durante il tuo pellegrinaggio terreno le caratteristiche, le manchevolezze e le possibilità. La preghiera, che tu ora presenti a Dio nella eterna gloria, ha la forza di quella tua esperienza tanto vicina a noi.

Tu hai dimostrato che si può essere nel mondo senza essere del mondo, come ha insegnato il Salvatore Divino; tu hai dimostrato che si può essere luminare della scienza come fosti tu, senza oscurare la fede; che si può brillare nella Università senza disertare la Chiesa, che si può essere amabilmente vicini a tutti gli uomini senza contagiarsi dei loro errori e dei loro peccati.Chiedi al Signore che noi possiamo passare attraverso la vita ed il mondo, nell'adempimento della nostra particolare missione, traendone merito di resistenza, di apostolato, di dono e di perdono, limpidi, puri e generosi, senza nulla perdere di quanto ci fa cari al  Padre Nostro. Così sia!


Biografia

  • 1859, 4 aprile - Contardo nasce a Milano da Rinaldo, discendente da un'antica famiglia patrizia oriunda di Berzona in Valle Ozernone e discesa nel secolo XVIII a Locarno, laureatosi a Pavia   in  Ingegneria e in Architettura,  e  Luigia Buccellati, sorella di Antonio Buccellati, amico di Rinaldo e più tardi collega di Contardo all'Università di Pavia, dove insegna Diritto Penale e diritto Ecclesiastico. Nella  famiglia di Contardo  c’è  un grandissimo amore a Gesù e alla Chiesa, anche quando attorno suonano le fanfare contro l’Austria per il nascente regno dei Savoia. Contardo nasce a un anno esatto dal matrimonio dei genitori, primogenito di quattro figli, in una decorosa casa di quattro stanze presa in affitto dal padre di Contardo in via Passarella, nella “Milano vecchia”. Era una Milano fatta di gente quieta e rispettosa, gente di ceti diversi, gente modesta o della media e alta borghesia, come la famiglia in cui il Ferrini nasce: ma è pur sempre una Milano non troppo ricca né pretensiosa, le cui dimore, in parte destinate ad essere abbattute, attestano di un vivere mediamente decoroso, ma soprattutto improntato a rapporti di buon vicinato e umanità, che si sarebbe fatto rimpiangere già nei primi decenni del secolo successivo. Lo stesso monsignor Carlo Pellegrini spendeva al proposito parole di rimpianto e nostalgia nelle pagine della sua ampia ricerca biografica: “Eppure quella Milano vecchia, che scompare sotto l’inesorabile piccone demolitore, a noi milanesi, cui s’inargentano i capelli, piaceva: noi l’amavamo e la rimpiangiamo ora quasi estinta: ci pare che strappino un brano del nostro cuore e delle nostre carni, quando atterrano una delle care memorie. E’ nostalgia questo nostro sentimento? Io non so e non cerco. Il nostro Duomo lo vedevamo allora erigersi gigante nella maestosa sua gloria marmorea sopra quelle casupole e catapecchie che s’addossavano al suo piede; adesso invece ci pare meno grandioso e meno bello, chiuso com’è fra i portici della Rinascente, che non armonizzano con lui: anche sulla piazza larga e bella quei tranvai, che fanno la giostra attorno al monumento di Vittorio Emanuele ci sembrano una stonatura. Allora per le nostre contrade passavano le brianzole col nimbo delle spadine d’argento sul capo e, al Manzoni, vecchio e curvo con le mani dietro la schiena, tutti facevano di cappello, come a un amico. Allora Milano aveva la sua fisionomia bonaria, le sue feste chiassose, i suoi carnevaloni, le sue macchiette, la mama di gattel pacia sassel barchett de Buffalora, che in una giornata o poco meno ti conduceva a Pavia. I buoni ambrosiani d’allora non avevano fretta, amavano il divertimento e il lavoro, la religione e la libertà. Adesso Milano è come tutte le altre città grandi e vi senti tutte le lingue e tutti i dialetti i del mondo e, il meneghino, raro lo senti”. Non è certo, la Milano in cui Ferrini vede la luce, quell’ idillio descritto dal monsignore con pennellate di nostalgico lirismo: le alterne vicende politiche, l’oppressione straniera, le contraddizioni sociali e le difficoltà economiche di una economia territoriale con forti contraddizioni ed esigenze di crescita erano riuscite da tempo a impensierire e a dare del filo da torcere anche ai più autorevoli e protetti tra i milanesi, non escluso il Manzoni che in realtà, come si sa, a un certo punto della sua vita aveva dovuto lasciare Milano e esiliarsi volontariamente a Lesa, sulla sponda piemontese del Verbano, in attesa di tempi migliori.
  • 1860 - Il padre di Contardo acquista una villetta per la villeggiatura a Suna (Verbania Lago Maggiore) che diverrà il luogo del cuore di Contardo che, come il padre, impara ad amare quel posto, da cui si godeva un'impareggiabile vista sui laghi e sui monti. Da adulto, gli abitanti di Suna e Pallanza sono soliti incontrarlo, in occasione delle funzioni religiose, nelle chiese del luogo: la preferita parrocchiale di Pallanza intitolata a San Leonardo, ma anche la splendente basilica di Madonna di Campagna, o la più raccolta chiesina di Suna, dedicata a santa Lucia, dove trascorre ore assorto in preghiera.
    Quest’ultima, che si trova a breve distanza dall’abitazione dei Ferrini, lungo la strada che costeggia il lago, custodisce ancora oggi la reliquia del cuore di Contardo: e la gente del posto racconta con orgoglio che il cuore del professore diventato beato fu trovato intatto quando, a molti anni dalla morte, venne prelevato dalle sue spoglie per essere conservato in una teca d’argento. A Suna il Ferrini ama la vita ritirata, prediligendo le chiacchiere in famiglia e i giochi coi nipotini, e diserta quasi sistematicamente le comparse in società, che, a detta di chi lo conosceva bene, gli danno noia e, a volte, anche un po’ di disgusto. La villetta paterna, col suo piccolo giardino, rappresenta per lui il prediletto rifugio e luogo di lavoro, ed è insieme punto di osservazione di quella natura che tanto ama e che gli ispira i più alti sentimenti. Ancora oggi una targa apposta sul muro della casa attesta il senso di quel profondo legame che univa il professore a Suna e alla sua dimora:“In questa casa paterna/ Contardo Ferrini/ posando dagli studi che lo facevano sommo/ nel giure romano/contemplava sulle rive ridenti/la divina infinita armonia/che sol disseta gli spiriti gentili”.
  • 1865 - Inizia gli studi presso l'Istituto Boselli, la scuola dei rampolli delle migliori famiglie milanesi. Manifesta subito amore per lo studio, ma anche un carattere dispettoso e indocile.
  • 1871, 20 aprile - Prima Comunione nella Chiesa di S. Alessandro. Ricevuto il sacramento, comincia a dimostrare un costante, rigoroso e sincero zelo religioso. La sua indole si trasforma. Prende a seguire a S. Fedele le prediche del prevosto A. Catena, iscrivendosi alla confraternita del Ss. Sacramento, cui già apparteneva suo padre,mentre il dottissimo abate Antonio Maria Ceriani, prefetto dell'ambrosiana, lo guida negli studi biblici, fornendogli rudimenti di ebraico, siriaco e sanscrito. Importante anche il rapporto con il famoso geologo Antonio Stoppani, amico del padre, che gli instilla l'amore per la natura come maestra di virtù morali.
  • 1876 - Ottiene il diploma con la massima lode e con segnalazione in latino e greco.
  • 1876, 17 novembre  - Entra a Pavia nell'Almo Collegio Borromeo. Qui ha gravi problemi di inserimento nell'ambiente goliardico del collegio, tanto da essere beffeggiato come "il nostro San Luigi" o "il beatino", oggetto di continui pesanti scherzi dei compagni. Non rinuncia tuttavia a sottolineare le sue convinzioni, anzi: alla messa, celebrata nel collegio solo la domenica, cui tutti assistono in piedi, egli rimane sempre in ginocchio, mentre i giorni feriali si reca ad assistere alla messa in qualche chiesa esterna. A Pavia si lega di grande amicizia con il conte Paolo Mapelli e con suo fratello Vittorio, con E. Cappa e con C. Secchi, tutti esterni al "Borromeo".  E trova risposta alle sue inquietudini e ai grandi interrogativi spirituali attraverso la guida di monsignor Riboldi, vescovo di Pavia e futuro cardinale, che lo consiglia nelle scelte di vita.
  • 1879 - Compone a Pavia il primo scrittarello, da universitario,  intitolato "Opuscolo sul Verismo". Lo scrive per accontentare il conte Paolo Mapelli.  Contiene elementi che caratterizzano per sempre la sua spiritualità: il sentimento dell'amicizia e l'amore per la natura.
  • 1880, 21 giugno -  Completati brillantemente i corsi giuridici privilegiando quelli di diritto romano (ma ne aveva seguiti anche alcuni della Facoltà di Lettere e aveva studiato il tedesco), a 21 anni,  discute la tesi di laurea (da lui stesa in greco, e tradotta in latino su richiesta di alcuni professori della commissione) dal titolo Quid conferat ad iuris criminalis historiam Homericorum Hesiodeorumque poematum studium (Contributo che lo studio dei poemi di Omero ed Esiodo diedero alla storia del diritto penale), che stupisce gli esaminatori per la rara maturità metodologica e l'ampiezza della trattazione valendogli la classificazione di "assoluto con lode" e la pubblicazione (Berlino, 1881) concessa per la prima volta a Pavia in quella facoltà. 
  • 1880 - Ottiene dal Ministero della Pubblica Istruzione e dalla Cassa di risparmio delle province lombarde una borsa di studio per un biennio di perfezionamento all'estero nello studio delle antichità classiche e dei diritti antichi: Contardo sceglie la Germania, Berlino, dove si reca sul finire dell'anno . A Berlino frequenta da subito la facoltà e il circolo letterario cattolico. Il soggiorno tedesco è determinante per la sua crescita scientifica sotto la guida di Alfred Pernice e altri maestri.  Costruisce anche un rapporto privilegiato con il botanico M. Westermajer, terziario francescano, che lo induce ad iscriversi alla Conferenza di S. Vincenzo. L'epoca storica è quella del Cancelliere Otto Bismarck. Siamo in pieno Kulturkampf (battaglia culturale), termine che indica il processo di emancipazione della società e dello stato dall'influenza della chiesa cattolica.  Circa un quarto delle sedi parrocchiali in Prussia è vacante e i vescovi di Poznan, Colonia, Munster, Paderborn, Breslau sono costretti all'esilio. A Berlino, nella chiesa di Santa Edvige, dove sente cantare inni religiosi e patriottici, si lega d’amicizia ai giovani cattolici tedeschi, che reagiscono alle persecuzioni con l'azione politica svolta dal Zentrum, il partito guidato da Ludwig Windthorst, che alla fine costringe Bismarck a cercare un accordo diplomatico diretto con la Santa Sede , sfociato poi nelle leggi di pacificazione del 1886-1887. Contardo ammira in questi giovani la preparazione culturale, sociale e politica, l’azione caritativa in mezzo ai più poveri e la fede luminosa.
    E' in questo contesto che, all'età di 22 anni, Contardo si orienta verso la consacrazione laicale. 
  • 1883, novembre - Rientra in Italia dove ottiene la cattedra di esegesi delle fonti di diritto romano nell'Università di Pavia, dando inizio alla sua carriera accademica e a un'ingente serie di pubblicazioni giuridiche (oltre 2oo), nelle quali esprime tutta la sua eccezionale dottrina. Sulla cattedra porta la sua serietà di studioso e la passione del docente, nel far vedere con la scienza e con la vita come il diritto centrato sulla dignità della persona alla luce di Dio, contribuisce all’organizzazione di una società che riflette l’immagine stessa di Dio.
  • 1884 - Partecipa al dibattito giuridico che fermenta intorno all'imminente pubblicazione del primo codice penale del Regno d'Italia e pubblica il suo primo vero studio penalistico: "Il tentativo nelle leggi e nella giurisprudenza romana".
  • 1886, 6 gennaio - Nella chiesa milanese dell'Immacolata (Oggi Basilica Santuario di S. Antonio di Padova in Via Carlo Farini, 10)  gestita dai Frati Minori, riceve l'abito del Terz'Ordine Francescano ed è accolto nella Fraternità di Sant'Antonio, i cui fratelli, ancora oggi, si riuniscono in fraternità, ogni mese, nell'ex Chiesetta dell'Immacolata. 
  • 1887, 6 novembre - Fa la professione. Il Terz'Ordine (oggi detto Ordine Francescano Secolare) riunisce coloro che vogliono vivere il Vangelo imitando San Francesco e rimanendo nella propria condizione secolare, cioè, nel caso di Contardo, nella condizione di laico.
  • 1887 - Occupa la cattedra di diritto romano all'Università di Messina. La permanenza nella città siciliana è segnata dalla sofferenza del distacco da Milano. Lo conforta la bellezza di quella terra. Gli studenti, ereditati in corso d'anno, sono impreparati e Ferrini è un professore severo. Molti studenti disertano le lezioni e un giornaletto universitario pubblica un articolo sul "professore bigotto"
  • 1887 - Va meglio. Contardo si trasferisce in una villa che domina la città, lo stretto e la costa. Le lezioni sono frequentate con maggiore interesse dagli studenti. Lascia un ricordo fatto di studio, insegnamento e preghiera: unico svago, l'amata natura.
  • 189o -  Occupa la cattedra di diritto Romano all'Università di Modena. Riveste la carica di Presidente di Facoltà. Stringe amicizia con il Prof. L. Olivi, uomo di elette virtù religiose, che in seguito sarà il primo ad ipotizzare la beatificazione di Contardo.
  • 1894 - Viene nominato con voto unanime alla cattedra di Pavia, dove rimarrà fino alla morte, pur conservando la residenza a Milano.
  • 1895 - Eletto Consigliere Comunale di Milano nella lista Eclettica o Contrattata (frutto di un accordo tra le organizzazioni cattoliche milanesi e il partito liberale) - Difende l'insegnamento religioso nelle scuole primarie.  Si oppone a un progetto di Francesco Crispi di concentramento delle Opere Pie parrocchiali al fine dell'assorbimento delle stesse nella Congregazione di carità. Ferrini, insieme ad altri colleghi firma e istruisce molti ricorsi amministrativi.  Siamo nell'ambiente e nel clima dell'Italia umbertina.
  • 1898 - E' uno dei fondatori dell'Associazione Religione e Patria. Partecipa ad alcune iniziative di Giuseppe Toniolo (proclamato Beato nel 2012) e aderisce all'Unione Cattolica per gli Studi Sociali. Tutta la sua azione politica è assolutamente fedele alla regola di sottostare in tutto alle direttive pontificie.
  • 1902, 17 ottobre -Il settembre del 1902  si reca a Suna, come ogni anno- ormai seguito da quella sua fama di studioso illustre e di santo- con l’intenzione di riposarsi dopo un periodo di cattiva salute. In realtà lo attendono anche qui improrogabili impegni di studio, ai quali non vuole sottrarsi: l’edizione del Tipucito, quella di un libro sul diritto siro-romano e un lavoro sulle servitù prediali. Si lascia comunque tentare da una gita alpina in compagnia dell’amico Albasini-Scrosati e, fin dall’inizio dell’ascensione verso la Valle Anzasca e il San Martino, è assalito da persistenti dolori al ventre. Tuttavia l’ escursione non viene interrotta e pare al Ferrini di poter portare a compimento quel suo intento di arrivare fin sulla cima che aveva scelto come meta. Stanchi e assetati per il cammino, strada facendo i due amici si dissetano poi con le acque di un ruscello che, se ne accorgono in un secondo momento, passano per terreni concimati. Una quindicina di giorni dopo il Ferrini accusa i primi sintomi di un diffuso malessere e nel giro di poco tempo si sviluppa quello che è ben presto diagnosticato come tifo. Muore il giorno di sabato 17 ottobre, dopo un apparente miglioramento che aveva fatto sperare nella risoluzione del caso. Se ne va, tra le pareti della sua dimora prediletta, assistito dalla pietà di tante persone comuni, amici, parenti e religiosi, tutti uniti da un rimpianto sincero e profondo per l’uomo e l’amico, per lo studioso e per il testimone autentico di una fede vissuta con l’esempio di un’ intera vita.
    1902, 20 ottobre -  Così è riferito il congedo di Suna e degli amici ne La vita del professor Contardo Ferrini narrata da Mons. Carlo Pellegrini: “ Il 20 0ttobre, lunedì, le campane delle chiese di Suna diffondevano pei campi e per l’onde i loro flebili rintocchi, e i piroscafi che si fermavano a Suna versavano un fiume di passeggeri venuti da Pavia, da Milano, pel mesto rito. C’era il senatore Camillo Golgi, rappresentante l’ateneo pavese, che portava le condoglianze del ministro della pubblica istruzione, il prof. Luigi Gabba, il marchese Carlo Ottavio Cornaggia, l’avvocato Sartorio, vice presidente del tribunale, il professor Ulisse Gobbi, rappresentante l’Istituto Lombardo di scienze e lettere, l’ingegner Alberto Ratti per l’ufficio tecnico municipale, il cavaliere Giovanni Duroni pel Collegio reale delle fanciulle, il signor Giuseppe Sessa della Società di San Vincenzo; vi erano molti preti, fra essi monsignor Luigi Colombo e il reverendissimo prevosto di San Marco, Giuseppe del Torchio, e signori e signore senza numero.Alle ore undici principiò la mesta funzione: tutta Suna era accorsa, col sindaco, i consiglieri comunali, le società operaie, le scuole, l’asilo infantile. Pallanza vi aveva mandato un largo contributo di persone, il deputato del collegio on. Giuseppe Cuzzi e il sottoprefetto: era un corteo interminabile e su tutti i volti era una mestizia calma e grave. Il corteo si svolse dalla casa Ferrini alla Madonna di Campagna, dove fu cantata la Santa Messa. Poi al cimitero. Contardo aveva voluto che i suoi funerali fossero modesti, senza pompa di fiori e senza vanità di discorsi. Fu obbedito”.
    1903 - A Pavia il cordoglio è diffuso e la misura del vuoto lasciato è provata dal fatto che vengono subito prese due iniziative: una sottoscrizione per un ricordo marmoreo e la pubblicazione di un volume intitolato "In memoria del Professore Contardo Ferrini" che raccoglie centinaia di testimonianze e commemorazioni scritte
  • 1905 - Una raccolta delle sue lettere è consegnata a Pio X e C. Pellegrini inizia la necessaria indagine documentaria e biografica, poi alacremente continuata dall'Università Cattolica che aveva eletto Contardo Ferrini a proprio campione, emblema della santità moderna in campo studentesco, alla quale è stata di stimolo a Milano il fervore episcopale  di Andrea Ferrari.
  • 1909 - Papa Pio X dichiara "che sarebbe stato lieto di proporre agli onori degli altari e di proporre a modello un santo, un professore di università, poichè per i tempi che correvano ciò sarebbe stato un grande esempio"
  • 1926 - Sono pubblicate a Milano le sue opere di carattere religioso: Gli scritti religiosi, a cura e con introduzione di C. Pellegrini (prevosto di S. Calimero e curatore della causa di beatificazione.
  • 1929 - Pubblicazione dei lavori scientifici principali riuniti in 5 voll. di Opere con prefazione di P. Bonfante.
  • 1931, 8 febbraio - Contardo Ferrini è dichiarato Venerabile
  • 1942 - I resti mortali di Contardo sono traslati dal piccolo cimitero di Suna e collocati nella Cripta dell'Università Cattolica.
  • 1947, 13 aprile domenica in albis - Papa Pio XII  lo proclama Beato e lo definisce "il modello dell'uomo cattolico dei nostri giorni".
  • 1960 - Pubblicazione di Pensieri e preghiere a cura e con prefazione di padre Agostino Gemelli
  • 2002, 17-18 ottobre - Convegno a Pavia, Almo Collegio Borromeo e Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere -  Contardo Ferrini nel primo centenario dalla morte - Fede, vita universitaria e studio dei diritti antichi alla fine del XIX secolo.
  • 2010 - La città di Verbania  dedica al Beato Contardo Ferrini un premio letterario
  • Sale cinematografiche, circoli cattolici, scuole, istituti, vie e piazze sono state in passato intitolate al suo nome, eppure oggi sembra piombato su di lui un ingiustificato silenzio. La sua vita, abbastanza breve, interamente dedicata alla scienza, nello sforzo continuo di perfezionare se stesso, non presenta tratti miracolistici ed eclatanti, eppure un Papa che gli era stato amico, Pio XI, ha il coraggio di affermare che “parve quasi miracolo la sua fede e la sua vita cristiana, al suo posto e nei tempi nostri”. La sua epoca è contrassegnata dalla massoneria, dall’anticlericalismo e dalla corruzione dei costumi e il “professore”vive in essa senza lasciarsi contaminare. Non si sente chiamato all’apostolato attivo: a lui basta offrire la testimonianza di una vita limpida, intessuta di preghiera, condita di dolcezza ed umiltà. E l’efficacia di questo “apostolato silenzioso” la testimoniano gli atei, i “lontani” e gli indifferenti, che mentre attestano che mai Contardo ha fatto proselitismo o tentato “conversioni”, tuttavia sempre “lascia intravedere Dio” con il suo comportamento e il suo stile di vita.
  • E' patrono delle Università ed è festeggiato il 17 ottobre.
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Bibliografia (parziale)

1 . BIBLIOGRAFIA  - Opere su Contardo  Ferrini



  • Titolo: Il beato Contardo Ferrini, il rigore della ricerca, il coraggio della fede

  • Autore: Marco Invernizzi

  • Editore: Alberti

  • Data di Pubblicazione: Ottobre 2010

  • ISBN: 8872452503
  • ISBN-13: 9788872452509



Una delle obiezioni ricorrenti che vengono rivolte al Cristianesimo degli ultimi due o tre secoli - spesso con l'obiettivo ideologico, neanche troppo latente,di inseguire una supposta, primigenia purezza, andata poi perduta con il processo di civilizzazione - è quella di aver prodotto pochi santi. Soprattutto pochi santi laici, uomini e donne che si sono santificati nel mondo, realizzandosi nelle rispettive 'vocazioni' professionali. La critica, come dimostra fra le altre questa agile biografia del beato Contardo Ferrini, giunta alla seconda edizione, è però priva di reale fondamento. L'opera, a firma del professor Marco Invernizzi, studioso del movimento cattolico italiano e presidente dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale (Isiin) si propone infatti di far conoscere al grande pubblico un grande - quanto dimenticato - cristiano della seconda metà del XIX secolo: laico, professore universitario, giurista ed esponente politico, morto ad appena 43 anni, giunto agli onori degli altari conducendo un'esistenza assolutamente ordinaria, che impressiona semmai per l'assenza totale di quei particolari fatti prodigosi che siamo soliti cercare nelle vite dei santi. Come spiega nell'introduzione l'Autore, Ferrini è stato “un intellettuale cattolico di altissimo livello nel campo giuridico [...]fedelissimo al Magistero, innamorato della Chiesa e dell'Italia nonostante la ferita del Risorgimento” (pag. 12) per cui la sua figura può suggerire riflessioni significative anche a chi oggi, come ha fatto lui nel suo tempo, vive ed opera quotidianamente nel mondo al servizio – pur laicamente – della Dottrina sociale della Chiesa per riportare il primato di Cristo nelle dinamiche dell'ordine temporale. Peraltro, a dispetto di un'altra diffusa vulgata comune, nonostante fosse notoriamente un'epoca di anticlericalismo militante, l'epoca di Ferrini non fu affatto avara di santi, nemmeno nella sfera laicale: Invernizzi ricorda, a titolo di esempio, come il beato Giuseppe Tovini (1841-1897), storico fondatore del Banco Ambrosiano e il beato Giuseppe Toniolo (1845-1918), ispiratore e promotore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, sono solamente due delle tante figure di cattolici italiani rispettate e impegnate attivamente in quegli anni - malgrado il radicale processo di secolarizzazione che attraversava allora la Penisola - al servizio della Chiesa e della società italiana.
Se del beato Toniolo, soprattutto nei mesi scorsi, si è parlato e discusso molto, duole rilevare come altre figure a lui pure contemporanee – come appunto il Ferrini – siano invece pressochè scomparse dalla memoria pubblica non solo degli storici, accademici e non, ma anche e soprattutto del corpo sociale cattolico. Così, oggi facciamo fatica a ricordare che appena un secolo fa la fama di Ferrini era talmente diffusa da superare i confini nazionali e da far scrivere a uno storico del calibro di Theodor Mommsen parole come queste: [se] “il secolo XIX per gli studi romanistici s'intitolava dal Savigny, il ventesimo si sarebbe intitolato dal Ferrini” (cit. a pag. 23). Nel campo del diritto romano Ferrini – che già da giovanissimo arriverà a padroneggiare, oltre al greco e al latino, anche l'ebraico e il siriaco – toccherà infatti livelli ineguagliati che lasceranno un'impronta duratura sugli studi successivi. Ad appena ventitrè anni dopo essersi specializzato a Berlino, allora uno dei centri più importanti per i cultori della disciplina, riceve già una cattedra all'Università di Pavia come docente di “Esegesi delle fonti del diritto romano”, quindi passa per gli atenei di Messina e Modena, dove sarà anche preside di facoltà. In questo periodo ha modo di conoscere personalità importanti  come il futuro presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia, Vittorio Emanuele Orlando, allora suo collega quale docente universitario di diritto costituzionale e addirittura monsignor Achille Ratti, futuro Papa Pio XI, che conobbe e stimò - peraltro ricambiato - durante la sua frequentazione della Biblioteca Ambrosiana. Tornato a Milano si candiderà e sarà eletto consigliere comunale a Palazzo Marino per due volte, in anni socialmente tumultuosi, nel 1895 e nel 1898. Qui comprende bene, in modo che si potrebbe definire preveggente, le contraddizioni dell'emergente movimento democratico-cristiano che esploderanno di lì a poco con il modernismo ma che già allora contribuiscono a portare non poche divisioni all'interno della comunità cristiana per il fatto che quella corrente è solita “anteporre l'interesse di partito al bene comune del mondo cattolico e della città” (pag. 64). La sua concezione della politica sarà invece sempre ispirata al servizio e anzitutto all'amore per la verità, lo stesso che aveva caratterizzato la sua carriera accademica e che farà dire a Pio XII che esso “genuino tratto distintivo dello studioso e del dotto, formava l'eccitamento e l'impulso dominante del suo lavoro; alla verità egli era dedito come a una gran Dama con l'affetto e la devozione di un servitore fedele. Perciò egli nei suoi studi così volentieri risaliva di continuo alle fonti stesse, le esaminava e le scrutava con sapiente cura, affinché i fatti storici potessero parlare a lui il più possibile scevri di errore” (cit. a pag. 155).
Dopo aver contratto il tifo, forse durante un'escursione estiva, Ferrini morirà a Suna, frazione di Verbania, ad appena 43 anni, il 17 ottobre 1902. Ma non muore la sua fama di santità che in breve si diffonde e richiama l'attenzione della Chiesa: così, nel 1931 la Sacra Congregazione dei Riti riconosce la pratica eroica delle virtù del Servo di Dio e, finalmente, il 13 aprile 1947 proprio Papa Pio XII lo proclama beato dopo l'accertamento del miracolo avvenuto per sua intercessione. Una vita semplice, vissuta nel mondo e persino nella politica locale, come si vede, eppure laboriosa, che ha attraversato campi diversi riuscendo a portare in ognuno di essi la luce della santità. Oggi, in tempi di relativismo e crisi d'identità, la lezione di Ferrini è importante anche perchè ricorda le radici ultime, talora ostinatamente negate, della civiltà occidentale che sono anche quelle derivate dal mondo classico, latino e greco. In merito al primo punto, tutta l'opera accademica di Ferrini è una paziente e appassionata dimostrazione dell'influsso che il Cristianesimo ha esercitato sul diritto romano fin dal tempo degli imperatori Costantino e Giustiniano. In merito al secondo, particolarmente dibattuto dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg, Ferrini (che si laureò con una tesi sull'apporto della civiltà letteraria greca al mondo del diritto) ricorda che i princìpi del diritto naturale negati dal positivismo giuridico moderno erano invece ben presenti nell'orizzonte pre-cristiano dei greci, fornendo quindi una preziosa argomentazione apologetica anche per il dibattito pubblico attuale e mettendo in guardia – di nuovo, in tempi non sospetti – da ogni processo di de-ellenizzazione. Insomma, “Ferrini comprendeva precisamente la natura del male sociale che affliggeva la sua patria e il mondo occidentale dell'epoca. Testimoniò con la vita e con le opere che questo mondo poteva essere migliorato, aiutandolo dall'interno a ritrovare la strada perduta. Il beato Ferrini anticipava così la mobilitazione per un 'mondo migliore' che caratterizzerà tanti interventi di Papa Pio XII, che verrà ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II [...] e quindi dal Magistero successivo, dall'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI alla nuova evangelizzazione richiamata continuamente nelle parole di Giovanni Paolo II [...] e quindi nell'insegnamento di Benedetto XVI che ha voluto istituire un Pontificio Consiglio appositamente per la nuova evangelizzazione, nel giugno 2010” (pag. 122).           

Omar Ebrahime
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  • Titolo: Il Santuario di S. Antonio di Padova - Milano, Porta Volta - nel centenario della fondazione 1902-2002

  • Autore: Filiberto Sabbadin OFM

  • Data di Pubblicazione: Maggio 2002

  • Il libro è reperibile presso la Basilica Santuario di S. Antonio di Padova a Milano, Via Carlo Farini, 10
  • oppure presso la Libreria del Convento di S. Angelo a Moscova (fra Paolo Canali)





Il Catechismo di Contardo Ferrini
  • Titolo: Il Catechismo di Contardo Ferrini

  • Autore: Cristina Siccardi

  • Editore: Cantagalli

  • Data di Pubblicazione: 2012


(di Cristina Siccardi) «La fede di Ferrini è, ancora, anche la nostra fede?», è una domanda che fa tremare e ci viene posta da Marco Ferraresi, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Pavia, che ha curato il bel libro Il Catechismo di Contardo Ferrini. L’Anno della fede con il Beato Professore: scritti e testimonianze (Cantagalli 2012, pp. 109, € 9,90). Leggere questa breve antologia di testi di Contardo Ferrini O.F.S. (1859-1902), corredati da puntuali note, significa vedere tutta la scomodità e la felicità del Cattolicesimo; significa fare un tuffo non nel liquido e protestantizzante Cristianesimo dei nostri giorni, ma nella Tradizione, nella fede solida e romana, quella che ha permesso che la Chiesa continuasse, nel corso della storia, ad essere sempre se stessa, nonostante le terribili prove affrontate, gli errori e le eresie che l’hanno insidiata.
Ferrini, beatificato da Pio XII nel 1947, vede realisticamente la bruttura del mondo e le sue trappole, e proprio per tale ragione non lo insegue; il suo sguardo, spoglio di illusioni, resta fisso nel Redentore e non in un suo surrogato, costruito a proprio piacimento.
Per questo Terziario francescano soltanto nella Chiesa c’è salvezza: non chiede di dialogare con i protestanti, ma di pregare per loro, di offrire mortificazioni per loro «come anche per tanti nostri fratelli ancora più miserabili, che non sono cresciuti nell’ignoranza del vero, ma hanno scientemente calpestata la verità ricevuta, senza forse pensare che intanto calpestano il sangue di quei martiri generosi, che l’hanno sostenuta con gioia sotto i tormenti» (p. 46). La religione di Ferrini non è più quella praticata da gran parte del mondo cattolico. Egli era preparato nella dottrina, credeva nei dogmi, parlava di Paradiso, Purgatorio, Inferno, era certo del pericolo mortale del peccato, era convinto dell’innesto della grazia nelle anime, dell’azione soprannaturale, della Croce di Cristo e del suo significato per ciascun cristiano, chiamato a portare la propria croce, ogni giorno.
Leggere il “catechismo” di Ferrini significa recuperare il filo aureo di un discorso che si è interrotto da cinquant’anni a questa parte, quando, durante il Concilio Vaticano II, si decise di mutare ottica e visione sul mondo e il mondo stesso divenne apprezzato e stimato partner di molti uomini di Chiesa. Perciò l’attento lettore del De Imitatione Christi, che amava così tanto la Chiesa, Maria Santissima e la Santa Messa da essere deriso, ostacolato e danneggiato continuò, fino alla fine, ad affermare e cantare la verità. Con tutta l’abilità e la logica del dotto giurista, egli ben comprese quale teologia modernista era emersa dai prodromi della Rivoluzione Francese, quella teologia che, cinque anni dopo la sua morte, san Pio X condannerà nell’Enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) e che riemergerà con prepotenza nel corso di tutto il XX secolo. (Cristina Siccardi)

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  • Titolo: IN MEMORIA DEL PROFESSOR CONTARDO FERRINI

  • Autore: raccolta di scritti e testimonianze

  • Data: Pavia, 1903

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  • Titolo: LA DOMENICA DEL CORRIERE

  • Autore: Anno 49 n° 14

  • Data: 6 aprile 1947
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  • Titolo: LA VITA DI CONTARDO FERRINI

  • Autore: Carlo Pellegrini, 

  • Data: Torino, Società Editrice Internazionale, 1928
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  • Titolo: NUMERO SPECIALE DELL'OSSERVATORE ROMANO 

  • Data: Roma, 13 aprile 1947

2. - Bibliografia - Opere di Contardo Ferrini

All'impegno della cattedra, Contardo Ferrini unì una intensa produzione scientifica: a più di duecento ammontano i suoi scritti che vanno dalle opere maggiori di edizione critica di preziosi testi giuridici,, agli articoli per riviste specializzate, alla compilazione di voci per enciclopedie. Vari scritti minori sono stati raccolti in 5 volumi.
Contardo Ferrini fece opera originale. Pur rispettoso del lavoro compiuto dagli studiosi che lo precedettero, si rivelò un esploratore di fonti, un indagatore di problemi ancora insoluti. La sua produzione ha segnato un tale progresso da far affermare a Teodoro Mommsen che come il sec. XIX per gli studi romanistici, s'intitolava da Friedrich Carl von Savigny , così il XX secolo si sarebbe intitolato dal Ferrini, e che, "per merito del Ferrini, il primato degli studi romanistici passava dalla Germania all'Italia".
Dice di Contardo Ferrini don Divo Barsotti in una relazione del 6 febbraio 1972  tenuta a Firenze: "Appare nei suoi scritti prima di tutto un quadro del mondo in cui egli vive. E' un mondo di volgarità, un mondo di bestemmia e di corruzione. Imperversano la massoneria, l'anticlericalismo e la corruzione dei costumi. Ed egli non è tocco da nulla. Passa, anzi rimane, in questo mondo. La sua reazione è soltanto la preghiera, è soltanto la pietà di un'anima che sente la rovina del mondo e non aspira ad altro che al Regno di Dio, che sente questo mondo precipitare nel vuoto, nel nulla, precipitare nella dannazione, e non aspira altro che al rinnovamento della Chiesa, al rinnovamento delle anime e della società.
Ma che cosa fa per operarlo? Prega. Il suo apostolato è soltanto quello dell'esempio, quello della preghiera, quello della dolcezza e dell'umiltà.  ... Le uniche citazioni dai suoi libri sono dalla Sacra Scrittura, massimamente San Paolo e il Cantico dei Cantici.. . soprattutto di San Paolo della Lettera ai Filippesi ... Egli cita continuamente il Manzoni, milanese come lui e, in fondo, il padre del cattolicesimo laico lombardo, più religioso che ecclesiastico... Ama ed ammira anche il Rosmini, dice che fu un sant'uomo,... ma allontana i rosminiani... sono troppo polemici... Direi che le componenti della sua spiritualità sono due e semplicissime: il sentimento della natura e l'amicizia... l'amicizia tanto più diveniva profonda quanto più il legame era il Cristo, un amore che lo portava e trascinava tutti i suoi amici con lui alla medesima meta. ... Forse fra i santi italiani dopo S. Francesco, nessuno ha sentito la natura come rivelazione di Dio quanto il Ferrini...Forse è uno dei primi italiani che parla delle Alpi con tanto amore... La purezza del paesaggio, la luminosità del cielo, tutto richiama Ferrini alla visione di Dio... Le pagine in cui questo sentimento della natura si esprime sono anche letterariamente pagine alte di poesia... Del resto egli nota che non è lui che ha scoperto la natura, la creazione come rivelazione di Dio, come elemento di rivelazione spirituale e stimolo all'impegno di una vita che è essenzialmente aspirazione all'unione divina. Egli dice che in tutto questo ha come suoi maestri gli autori dei Salmi... Soprattutto ricorda i salmi della regalità di Jahvé... Egli sente che la natura non è muta, non è morta, è tutta un canto di lode a Colui che l'ha creata. ".
Per il grande ideale di conciliazione tra fede e scienza, Contardo Ferrini fu uno dei primi ad aderire al progetto di una Università Cattolica in Italia. Non potè vederla, ma quando sorse l'Università Cattolica del Sacro Cuore, fu riconosciuta la sua azione di precursore e di ispiratore.


  • Ricerche sulla capacità giuridica presso gli Ebrei - opera scientifica pubblicata nel 1876 (a 17 anni)
  • Quid conferat ad iuris criminalis historiam Homericorum Hesiodeorumque poematum studium (Contributo che lo studio dei poemi di Omero ed Esiodo diedero alla storia del diritto penale) - Tesi di laurea pubblicata a Berlino nel 1881
  • Nel primo anno di permanenza in Germania completò un lavoro( pubblicato solo nel 1943) sul Diritto dei sepolcri presso i romani.
  • 1884 - Partecipa al dibattito giuridico che fermenta intorno all'imminente pubblicazione del primo codice penale del Regno d'Italia e pubblica il suo primo vero studio penalistico: "Il tentativo nelle leggi e nella giurisprudenza romana"
  • opere di carattere religioso Gli scritti religiosi, curati dal Pellegrini, ( Milano 1926), e Pensieri e Preghiere, curati e prefati da padre Gemelli( Milano,1960), e la sua principale produzione scientifica fu riunita in 5 volumi di Opere, con prefazione di P. Bonfante( Milano 1929,1930). 


Pensieri e riflessioni  del Beato Contardo Ferrini tratti dalla sua corrispondenza con gli amici e dai diari personali:

Contardo Ferrini alpinista

"Povera adolescenza che cresce rattrappita, misera di corpo e di spirito, senza idee e senza coraggio, che non conosce altro passeggio che il corso, altri orizzonti che quelli del balcone, altri spettacoli di natura che quelli letti sui libri! Povera gioventù senza coscienza e senza dignità, che s'occupa di mode, di romanzi, di teatri e di gale e non s'è ancora perigliata sul ciglio d'un abisso, non ha peranco toccata la cima nevosa d'un monte!  .......  Felici coloro che sono chiamati a questa scuola robusta ed efficace! Datemi quel ragazzo che cresce aderente, come l'edera, alle vesti materne, privo di individualità e di iniziativa, pieno di codarde paure per diventare un più codardo libertino, datemi quel ragazzo, ch'io lo conduca per le Alpi nostre. Impari a vincere in quegli ostacoli di natura le future difficoltà della vita; impari a gioire al sole nascente contemplato da uno sperone di monte, al sole cadente che incendia i vasti ghiacciai, al chiarore di luna che scherza nella valle deserta. Colga il fiore che cresce al limite delle nevi perpetue ed esulti di tanto riso di cielo fra gli orrori del monte! Quel ragazzo tornerà fattosi uomo, e la sua coscienza morale non ne avrà scapitato."
Le ascensioni del Ferrini, fatte da solo o in compagnia di qualche amico, spaziavano dai ghiacciai del Monte Rosa e dalla Punta Gnifetti  alle Alpi svizzere, dai Corni di Nibbio al Pedum, al Togano, al Tignolino, al Monte Leone, al Breithorn, al Pizzo d'Antigine, al Bottarello, all'Andolla, alla Weissmies, alla Jungfrau, a tante altre vette ancor oggi di importante rilevanza alpinistica. Tra i suoi compagni di escursioni  va citato Achille Ratti, poi Papa Pio XI, alpinista e protagonista della prima traversata del Rosa.
Alla guida di comitive, mansione per la quale era molto richiesto, poiché oltre ad essere esperto delle vie era anche preparato conoscitore dei luoghi sia sotto l'aspetto storico che naturalistico, lo si vedeva di frequente sulle nostre cime più vicine Marona e Zeda che raggiungeva pernottando al rifugio alpino del Pian Cavallone, edificato dalla sezione CAI Verbano negli anni 1882 - 1883.

Il desiderio di Contardo di essere sepolto nel piccolo cimitero dell'amata Suna (Verbania) espresso al Parroco di Suna, il sacerdote Bongiovanni:
“Qui, quando il popolo va la domenica a messa, passa vicino al camposanto e prega pei poveri morti: pregheranno anche per me, e la sera dei dì di festa anche di me si ricorderanno a Dio”.

Era solito ripetere che “l’uomo più approfondisce negli studi e più sente la sua dabbenaggine”. E, da uomo di scienze, sosteneva che la via all’infinito non è la scienza, ma l’umiltà. “ Che cos’è infatti l’ umiltà se non la verità, la pura verità, la sola verità? Che altro c’insegna la natura, l’esperienza, la ragione? Come non potrà arrivare al vero, non solo speculativo ma pratico, colui che fa regola d’ogni sua azione e d’ogni suo pensiero la verità? Come non s’attirerà la compiacenza di Dio l’anima che si ripone al proprio posto, che trema al pensiero di togliere qualche cosa alla gloria del Creatore, che con una sublime abnegazione di ogni momento respira una giustizia perpetua?” 
L’alpinismo fu infatti la grande passione terrena del Ferrini e la sua sola fonte di svago. “Quante volte dalle ardue vette dello Zeda e del pizzo Marona ho mirato con indefinito piacere lo sterminato panorama che si distendeva ai miei piedi! Con quanto diletto ho passato le lunghe ore sui ghiacciai di Macugnaga, fra gli abeti e le cascate alpine! Eppure…erano quei panorami, quegli abeti, quelle candide vette che si imporporavano al sole nascente, era il raggio mite della luna che scherzava nella tacita notte riflesso nell’increspata superficie del lago che risvegliavano in me possente il sentimento religioso, ideale, e l’odio e lo schifo a ogni bruttura. Se io fossi poeta sarebbe stato allora il momento della mia ispirazione”.
 Ancora giovanissimo, scriveva:
«
Io non saprei concepire una vita senza preghiera, uno svegliarsi al mattino senza incontrare il sorriso di Dio; un reclinare il capo la sera, senza il pensiero a Dio. Una tal vita dovrebbe assomigliare a notte tenebrosa, arida per un tremendo anatema di Dio... come si possa durarla in tale stato è per me un mistero. Io supplico il Signore che la preghiera non abbia mai a morire sulle mie labbra. Sì, perché quel giorno che tacesse la preghiera, vorrebbe dire che Dio mi ha abbandonato »
In terra tedesca scriveva:
«
Divino potere della fede. Ignorando i confini di nazione e di lingua, ci consideriamo fratelli. Tanto è ammirabile l’universalità del Cristo; tanto è vero che in Lui non c’è greco, né barbaro, né scita, ma siamo tutti affratellati in Lui »
Sull'Eucarestia così si espresse:
«
È l’assimilazione dell’uomo a Dio. Chi sa dire a quale punto di santità giunga l’anima che spesso, con devozione ed affetto e con somma riverenza, si ciba di questo Pane purissimo, che è Gesù Cristo, e incorpora e immedesima in sé il prezzo della Redenzione? Ecco quindi qui il segreto della santità: grazie a Gesù, Pane di vita, noi vivremo e non morremo mai. »

Dagli scritti religiosi:

"La contrapposizione fra cristianesimo e mondo durerà sino alla fine"


"Ma io ti domando: Non sentiamo noi forse e potentemente, la natura? e anzi non ci pare di provarne più vivo il sentimento quando l’animo nostro è più puro e disposto al bene, quando cioè, secondo i veristi, siamo più che mai intestarditi nelle nostre bieche follie? Oh! Quante volte dalle ardue vette della Zeda e del Pizzo Marona ho mirato con indefinito piacere lo sterminato panorama che si distendeva ai miei piedi! Con quanto diletto ho passato le lunghe ore sui ghiacciai di Macugnaga, tra gli abeti e le cascate alpine! Eppure che vuoi? Erano quei panorami, quegli abeti, quelle candide vette che si imporporavano al sole nascente, era il raggio mite della luna che scherzava nella tacita notte riflesso dalla increspata superficie del lago, che risvegliavano in me, possente, il sentimento religioso, ideale, e l’odio e lo schifo a ogni bruttura. Se io fossi poeta, sarebbe allora il momento della mia ispirazione!

Come tu vedi e nel cuor nostro e in questi carmi è l’idea di Dio che suscita l’ammirazione nostra avanti la natura, che anima lo spettacolo che questa ci presenta.
Eppure i veristi non sono di quest’avviso. Il Carducci in una sua famosa ode barbara ci descrive tutte le mirabilia che egli prova a far senza Dio. Fra queste è ilriso dei prati, parole che si potranno interpretare (è il solo codice penale che si deve intendere alla lettera) come il sentimento della natura. Io non faccio che appellarmi alle anime sante e chiedere loro se non è vero che ride anche per loro tutta la natura, che loro parla eloquentemente di Lui, che è un continuo sospiro del loro cuore. Non aveva certo letto le Odi barbare né s’era acconciato alle dottrine stecchettiane (Stecchetti) quel re dell’Oriente che scriveva (Salmo XCV): “Rallegrinsi i cieli ed esulti la terra, si muova il mare nella sua pienezza, ridano i prati… esulteranno gli alberi della foresta al cospetto del Signore”. E più sotto (Salmo XCVII): “applaudano i fiumi, esultino i monti al cospetto di Dio”.

Donde tanto lume di Dio nelle anime sante, umili e semplici e senza farina di mondo, senza ingombro di libri? Donde tanto alto sentimento di Lui? (senza ingombro di libri; in fondo Contardo è un’anima di queste, illuminata da Dio, la sua spiritualità non ha nulla di libresco). Quante volte, stanco d’una lunga giornata di cammino sui monti, assiso all’ombra di un abete, che mi difendeva dal sole cadente, ho ragionato col pastore delle Alpi, colla povera donna, figlia della montagna! E ogni vota fui meravigliato e confuso, tanta era la sapienza della vita, tanto il senso della Provvidenza divina, tanto bassa la stima delle cose terrene, tanta la pace intima e il gaudio di una vita intemerata! Dio parla loro dalla cima nebbiosa del monte, dal fragore del torrente montano, dall’orrore della rupe scoscesa, dal candore delle nevi perpetue, dal sole che imporpora l’occidente, dal vento che investe la chioma dell’abete vetusto; la natura vive animata dal soffio onnipossente di Lui, sorride del gaudio di Lui, s’oscura per l’ira. di Lui e, in mezzo alle mille vicende è giovane ancora, come e perennemente giovane il sorriso di Dio. È giovane lo spirito che vive per Lui, per l’ardore della carità, la forza dei propositi, la non turbata letizia; e al sorgere dell’aurora suonar festosa la squilla della chiesuola alpina e correre i poveri abitanti e gioire avanti al Dio vivo e vero, al Dio che rallegra la loro gioventù. Quanto infinito in quella vita...
E poco dopo al capitolo III del medesimo opuscolo, scrive queste parole:
Il sentimento dalla natura, questa preziosa dote delle anime privilegiate dovrebbe avere una grandissima parte nella nostra educazione.

Davvero in quel contatto con la natura, l’uomo sente la vicinanza di Dio e contempliamo le meraviglie di Lui; la nostra mente si fa meglio capace del bello e del buono, attinge fortezza e dignità, prevede i suoi alti destini.
In una lettera che egli scrive a Paolo Mapelli nel 1884 (28 luglio) ricordando i colloqui intimi in cui si corrobora l’amicizia e si approfondisce nella preghiera comune:
Ti rammenti di quei momenti di Dio gustati insieme? Ebbene manteniamo nello spirito questa unione così cristiana. Ti rammenti di una preghiera che al vano della finestra, assorti nello spettacolo del firmamento, confidavamo quasi all’aura notturna, che la recasse in cielo? Orbene, ripetendo quella preghiera, ricordati di me, perché possa sempre rivolgere l’occhio pieno di affettuosa speranza alla volta stellata del cielo, perché possa mestamente esultare sempre nella tranquilla solitudine della notte, perché il raggio di luna mi sembri sempre un raggio di innocenza e di pace

È bello sentire da una cima solitaria di monte, quasi il solenne avvicinarsi di Dio e contemplare anco nella natura selvaggia il permanente giovane sorriso di Lui. (17 settembre 1883)

Certo, quand’io penso alla bellezza, alla bontà, alla grandezza di Lui, il mio cuore è tutto rapito in così alte attrattive, il mio affetto e commosso e mi par giocondo lo sposalizio di Lui coll’anima mia…


A Vittorio Mapelli in quegli anni scrive:
Noi siamo così piccoli, che abbiano bisogno anche delle cose visibili, e mi pare che un raggio di sole, cadente sulla libera chioma dell’albero ringiovanito, avrebbe aiutato il mio spirito a tripudiare in Colui che è pure il gaudio del mio cuore. Perfino il concento delle campane, arrivando attraverso questa atmosfera umida e grigia, mi risuona melanconico in cuore. Meglio così: io penso intanto che tutto declina,che tutto ciò che passa è nulla,che non è qui che dobbiamo riposare: io penso a un giorno che non vedrà sera, a un sereno che nube non appannerà. Lode a Lui, lode a Lui fino a quel giorno!

Giù, in fondo alla valle seriana,
è Bondinone. Povero paese, povere case,
fra i massi delle frane, salvi, come per prodigio,
i miseri abituri. Le vette rocciose, nevose
s’elevano d’ogni intorno, e tra gli scogli
il fiume scorre ruggendo. L’avevamo visto da lungi:
pittoresca la chiesa sul divo erboso,
nude le pareti e cinte di portico.
E, giunti appena, cominciò la pioggia.
Come si può vivere
in questo ultimo angolo di valle,
fra quelle cime, recinte di nubi nere,
e inesorabilmente immobili,
senza un libro, una stanza da cristiano,
senza il più austero conforto dell’esistenza
in un giorno di piova?
Eppure vi si vive;
eppure trovo meglio la pioggia fra questi dirupi,
rinchiuso in così deplorevole stamberga,
che ozioso nella nostra città,
ospite diuturno d’un caffè,
o intrepido “touriste” della galleria.
Lo sguardo erra libero e sicuro,
e ora si posa sulla vetta bruna bruna, che si estolle
fra il verde cupo dell’abete montano,
ora sulla molle erba dei pascoli novelli,
che s’incurva al vento che soffia nella vallata,
ora sulla rupe negra,
ora sullo svelto campanile del villaggio,
che dice una fede viva od una lieta speranza.
L’occhio non cade
sui conati emulatori della vanità cittadina,
non sulle vetrine immonde,
dove, invece dei conforti
salutari e possenti dell’arte vera,
trovi il monotono e ributtante trionfo
d’una carne di peccato,
non sui crocchi di giovinastri
ottusi di sentimento, e scipiti di cuore.
Oh! Meglio il libero tuono
che corre dall’una all’altra le cime superbo dell’Alpi,
meglio il vento della montagna,
che stride sulla selva d’abeti,
che l’assordante rumore di mille persone
affaccendate a far nulla,
a corrompersi, a dissiparsi.
E se nelle ore solitarie di quel giorno,
in cui si rovescia la piova
o s’addensan le nubi e romba il tuono,
v’accoglie in casa ospitale
un prete degno o intelligente,
amante del popolo suo o de’ luoghi del suo ministero,
che in fondo alla sua vallata, ama l’arte,
comprende la natura
e non è estraneo alle novelle del sapere,
se – come dicevo – quel buon prete v’accoglie
vi parla della sua valle, del popolo suo,
v’allieta con l’arguta facezia,
e v’edifica con la carità ospitale,
forse che non dimenticherete le rapide ore
in quel colloquio animato?
E se nella chiesa disadorna,
tra lo scroscio dell’acqua cadente
vi si sarà elevato il sentimento religioso,
pensando al Signore delle tempeste,
che sulle ali dell’aquilone cammina
o avrete pregato,
forse che non avrete provato
una soave consolazione?
E il fiorellino del prato,
cui non distrugge la piova,
non v’avverte che sopra le
nubi regna imperturbato,
il perpetuamente sereno sorriso di Dio?
E non vi sarà parso il simbolo dell’anima santa,
cui non frange o non insozza
la procella della vita
e pare sappia bearsi
d’un intimo, continuo guardo di sole?
E, dallo spirito,
passando al nostro povero involucro di creta,
forse che l’aurea polenta,
in mezzo alla cerulea nube di fumo
non vi avrà rallegrato?
Forse che il crepito del capretto
che frigge nel burro montano
vi sarà parso suono poco delizioso?Una piova inesorabile
ci trattiene a Bondinone
ci darem dunque a ineffabile
e crudel disperazione?
Non è questo uno specifico,
opportuno, in fede mia.
Per la vita è necessario praticar filosofia.
Se non fosse mai piovuto, o piovuto sul più tardi,
non avremmo conosciuto l’eccellente D. Riccardi.
Se sereno fosse stato
finché fossimo a Schilpario
non avremmo recitato
il santissimo rosario,
e sarem probabilmente
a Schilpario andati a letto
senza che venisse in mente
d’alessarci un buon capretto.
Non avremmo mai saputo
cosa par col temporale
questo luogo si perduto,
se si vive bene o male.
Non avremmo immaginato
Cos’è un pranzo a Bondinone
Ed abbiam così acquistato
Qualche nuova cognizione.
Finalmente senza questa
Giornataccia brutta e ria
Vi verrebbe mai in testa
Di comporre poesia?

Non voglio lasciare questo argomento senza ricordarti, affinché lo legga poi con tutto il tuo comodo, il cap. XIII della Sapienza. Ivi troverai accennato stupendamente il senso della natura, ivi troverai chiamati stolti tutti quelli che si fermano alla creatura senza risalire al Creatore: Che se, dilettati di tanta bellezza, fecero un Nune delle creatur, sappiano quanto è più bello il Signore di tutte queste cose, il Creatore di esse che è il padre della bellezza... sicché dalla bellezza delle creature potevasi riconoscere il Creatore. E noi ossequienti all’invito di quel sapiente, pieni di ammirazione alla vista del creato, ripetiamo le affettuose e pie parole del Kempis: “Tacciano al tuo cospetto, dolcissimo mio diletto, il cielo e la terra e ogni loro ornamento, poiché quanto essi hanno di grandioso e di bello è dono della tua generosità, e non potranno raggiungere l’altezza del tuo nome” (Libro IV cap. III, 4).

Fin da quella remota età sorgeva un santo di Giuda e scriveva per l’incredulo e il pagano, e il gran testo della natura era il testo delle sue più grandi lezioni. Io parlo della Sapienza, di quel libro meraviglioso a cui niuna opera filosofica si avvicinerà mai.
“Vani – dice quel libro, (capitolo XIII vrs. 1 e seg.) – sono tutti quegli uomini che non hanno la scienza di Dio e che dalle creature visibili non possono risalire a colui che è, né guardando le opere conoscono chi ne sia l’artefice. E se, dilettati dalla bellezza delle creature giunsero ad adorarle come divinità, pensino quanto sarà più bello il Signore delle creature, poiché l’autore della bellezza ha tutto creato. E se ammirarono le virtù e gli effetti delle creature, riconoscano da essi quanto sia più possente il Creatore. Oh! Certo, che dalla grandezza e dalla bellezza della creazione poteva loro apparire il Creatore!... Infelici son dessi e la loro speranza è con gli estinti”.
Quale dottrina mirabile tanto è vero che la natura parla di Dio che gli uomini l’hanno confusa con Dio, ed hanno fatto tante divinità delle creature, e ciò in pena del loro reprobo senso.
Or mi piace riportare un altro di quei stupendi pensieri: (libro XV vrs. 1 e seg.) “Tu, Dio nostro, sei soave e verace, paziente, che tutto disponi nella misericordia. Abbiamo peccato, ma crediamo almeno e confessiamo la tua grandezza. Conoscerti è perfetta giustizia, e sapere a fondo la tua bontà e la tua potenza è radice d’immortalità.”
Scrive a Vittorio Mapelli nell’ottobre 1883:
In questo tranquillo e soave mattino domenicale, i miei pensieri si posano su qualcosa di più sublime che i libri non sogliono insegnare, e di più elevato che non siano le vette acute e ardite delle mie care montagne. Però nell’ora solinga che siedo fra i libri nella mia stanza silente la tua figura mi compare e mi rallegra. Sull’erta cima di un monte che domina tanta parte di creazione, in quel momento degli affetti più generosi e più veri, tu mi sorridi ancora. Vedi, dunque, che tu sei tanta parte della mia povera vita. Se la tua memoria si rannoda a’ suoi istanti più cari e più desiderati. Poiché ci abituiamo a poco a poco a stringere quel vincolo di famiglia che sarà perfezionato quando “sarà piena la nostra adozione in Dio”, quando “saremo rapiti nell’aere incontro a Lui” com’è l’efficace parola di Paolo.


Non parlerò di quell’angelica purezza, di quella cauta custodia dello spirito intemerato, dacché pure il nome del suo contrario non deve suonare sulle nostre labbra.

Certo che per conservare e accrescere questo dono magnifico si richiede la prece e l’umiltà.
L’umiltà è verità, non altro che verità e quindi è l’unica dignità della vita. Povera gente, quella che trova la dignità nel vile che non sa resistere a un fremito d’ira! Povera gente, quella che sa trovare la dignità nel disprezzo di un fratello! L’umiltà è nel conoscere tutta la nostra miseria, la nostra fragilità. L’umiltà sta nel non disperare, perché siamo in buone mani. L’umiltà sta nel valutare, quando ci compariamo coi nostri fratelli, tutte le circostanze della nostra e della loro esistenza. Oh! Se facessimo sempre così! Come sarebbe più degna la nostra vita! Più maschia la nostra virtù! Ma guardiamoci per questo dal ritenere vanità lo aspirare a cose grandi, questa sarebbe pusillanimità! Tutto posso in colui che mi conforta. E più ancora: non è vero che Dio sceglie per le opere grandi le cose dispregevoli di questo mondo, come ebbe a dire Paolo? Appunto perché io sono nulla Dio può fare di me grandi cose… e le farà certo, se intanto ci prepara col dolore.
L’umiltà che è il profumo ascoso della virtù che ascende solitaria a Dio nei rapporti coi nostri fratelli produce la mansuetudine, la dolcezza, la cortesia.

La strada all’infinito è l’umiltà, la virtù più accessibile a tutti, ed anzi specialmente a coloro che noi meno stimiamo. Un povero tapino che i laceri cenci non proteggono dal vento invernale, saprà, se virtuoso, innalzarsi a Dio con abitudine di santi pensieri e con una vita di umiltà e di rassegnazione . Il colpevole pentito de’ molteplici, gravissimi errori, troverà nel suo stesso rimorso la strada a Dio e s’innalzerà tant’alto, quanto il giusto superbo della sua giustizia, non potrà mai. Ed è questo ben ragionevole. Che cos’è infatti l’umiltà se non la verità, la pura verità, la sola verità? Che altro ci insegna la natura, l’esperienza, la ragione? Come non potrà arrivare al vero, non solo speculativo, ma pratico, colui che fa regola d’ogni sua azione e d’ogni suo pensiero la verità? Come non si attirerà la compiacenza di Dio l’anima che si ripone al proprio posto, che trema al pensiero di togliere qualcosa alla gloria del Creatore, che con una sublime abnegazione di ogni momento respira una giustizia perpetua?
Così l’umiltà, per il Beato, è “la virtù più accessibile” e la più universale, richiede solo che l’anima viva nella verità, faccia regola “d’ogni sua azione e d’ogni suo pensiero, la verita”.

Altra volta, a proposito dell’umiltà di Maria, scriverà:
Non paia strano di trovare nell’abisso dell’umiltà tanta potenza e tanto impero nel proprio annientamento. l’umiltà è forza, l’umiltà è potenza. È potenza e forza in faccia agli uomini, perché sicura del favore di Dio… È forza e potenza davanti a Dio: Abramo si presenta a Lui ripetendo: “Ecco io parlo a Dio e son cenere e polvere!” E Abramo ottiene” (Novena per il Natale, giorno IV).

L’opuscolo L’Eucarestia mezzo di perfezione morale 
 Ecce Agnus Dei”. Purezza infinita di Dio, splendore della gloria paterna, candore della sua luce, vieni e semina in noi un po’ di tanta santità! Perché a Te piacciono i cuori mondi e puri, e Tu in loro ti riposi: essi la tua abitazione in terra, essi la tua più diletta compagnia in cielo, ove intoneranno un cantico che non tutti potranno cantare!
Quale preparamento più degno a Te, o Signore, che il santo olocausto di una carne crocifissa al peccato, di uno spirito albergo dei tuoi casti pensieri, di un cuore che ha gli affetti suoi nell’alto dei cieli? “Sursum corda!” Forse ci concederai di portare al tuo convito uno spirito pieno della tranquilla e ingenua letizia degli angeli, dimentichi di tutto il male, quasi non fosse, ignari pure della tentazione e rifatti nel tuo cuore come neonati in te! Forse vorrai che la preparazione sia quella lotta terribile che ci fa sentire tutta la nostra miseria, tutta la spaventosa prossimità del pericolo, tutta la seduzione del male, e noi verremo a te perché in quei momenti di angoscia ineffabile creatura non ci può consolare. ma non volere, o Signore, provar troppo la nostra infermità. Spargi il tuo balsamo di profumo divino sulle nostre piaghe, ridonaci la sanità.
Anche chi è mondo deve lavarsi i piedi, prima di osare di accostarsi a te. Non basterà, dunque, o Signore, una mondezza esteriore, nemmeno una costante severità di giudizi e di pensieri, è necessario che con le lacrime davanti al Crocifisso imploriamo quella fragranza di purezza, quella propensione intima alle sante gioie della castità, quella ingenuità verginale, perché possiamo ambire ai santi sponsali del Cristo...
Oh! Possiamo portare nel mondo questo profumo solingo e soave, e possa confortarsene l’anima pia, possa sentirsi commosso il colpevole!

Veda lo sciagurato quanta letizia inonda l’anima pura! Com’è bella, dolce, santa la castità del cuore! Com’è ineffabile la ingenuità dei figli di Dio!
Oh, Agnello di Dio inebriami di purità!
È Gesù l’infinita purezza; spirito purissimo che non anela che all’inenarrabili delizie di Dio, che non respira che amore e virtù. Egli è il giglio della convalle; scendiamo con l’umiltà e il troveremo. E teme il sole e la folla, si sta all’ombra e solingo. Egli è tutto spirito e noi siamo uomini animali e però non intendiamo le cose dello spirito. Mirabile conversione quella che ne rende uomini spirituali! Chi lo può fare se non Gesù? Umiltà e amore a Cristo, ecco i mezzi. Giorno verrà ch’ei le dica: Columba mea, immaculata mea! A tal dolce parola procede: Soror mea! Per l’imitazione cioè e la somiglianza.
L’inenarrabile perfezione e beltà morale di Cristo ne occupi il cuore intero: Specie tua et pulchritudine tua intende, prospere procede et regna! Se meditassimo con più cura le cose di Dio! Se stessimo in guardia ad opprimere ogni superbia incipiente, una santa e angelica purezza ne riempirebbe l’animo. Oh! Mirabile cosa! Una giovane età che reprime il male, che con l’aiuto di Dio calpesta il mondo! (Dagli schemi di meditazioni).
I
Bello tra i figli degli uomini! Veramente la maestà di Dio traluce dal tuo sguardo. Soave come unguento è il tuo nome, e le vergini ti hanno desiderato!
Te non tange lo scherno, a te non giunge il vitupero, bello tra i figli degli uomini! Veramente il Signore t’ha unto con olio di letizia sovra ogni creatura!
E tu accogli invece il sospiro dei cuori a te sacri, i gemiti ineffabili sulle iniquità della terra.
Bello tra i figli degli uomini! Soave come unguento è il tuo nome: Le vergini ti hanno amato!
 Com’è bella questa parola della Scrittura! Io la direi mille volte. È profumo virgineo davanti a Gesù.
La verginità cattolica è ciò che di più magnifico sì possa pensare. E tu, o Gesù, godi di sì gioconda corona: Le vergini ti hanno amato!

Oh! L’infinito! noi lo sentiamo e l’intendiamo: esso è realtà viva e personale, atto primo, unico ed eterno, essere degli esseri, bene ineffabile, felicità suprema. Poi lo crediamo perché lo esige la coscienza, lo dimostra la ragione, lo prova la Tradizione, l’esperienza lo insegna: noi lo crediamo, perché è la ragione ultima di ogni cosa, il centro di ogni esistenza, l’autore di ogni creatura!
L’infinito è Dio!
E noi diciamo il Dio vivo e vero, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio uno e trino, creatore e santificatore, Dio è l’infinito, e noi la povera creatura tratta dal nulla pel soffio onnipotente di Lui, che tende a Lui, che Lui spera, che a Lui perverrà con la sua grazia paterna: Dio è Padre.
Una schiera di stolti pretende fare onore a Dio col liberarlo dalle cure del mondo indegne della sua maestà: - Egli ha creato il mondo per suo divertimento e pensa a tutt’altro: forse interverrà in qualche grande manifestazione, ma che importa a Lui dell’uomo? Che è l’uomo perché di lui si ricordi e il figlio dell’uomo perché egli lo visiti Che bisogno ha Lui dell’ossequio nostro? Che importa a Dio se io mi nobilito con l’eroismo di una virtù tutta pura, o mi abbandono alle tendenze cattive?
Così fu sussurrato alle mie orecchie adolescenti: ma tu, Dio buono e santo, fin da allora mi facesti comprendere la stoltezza di queste idee, fin da allora m’insegnasti che è ben più degna di Dio questa sapienza infinita che arriva fino all’ultima delle creature, questa memore provvidenza che non iscorda il passero affamato sulla neve infernale, questa tenerezza paterna che conta i palpiti del nostro cuore! Quando io voleva salire a te, Tu m’ispirasti a cercare nel mondo ogni fiore di virtù, ogni grazia di sentimento, ogni affetto pio e gentile e d’ingrandirlo all’infinito... Ho provato e fui come atterrito dalla tua grandezza. Attratto dalla tua bellezza ineffabile io sono venuto e ho detto: Come il cervo desidera la sorgente dell’acqua, cosi sospira l’anima mia a te, o Signore!
È l’ideale che si esprime nella Lettera ai Filippesi di S. Paolo. Egli lo ricorda cosi:
Confronta il programma verista con le parole di S. Paolo: Del resto. o fratelli, tutto quanto v’ha di vero, di giusto, di santo, di pudico, di virtuoso, ogni dovere e disciplina, formi il nostro programma. E questo programma mi pare migliore, e ad esso dovrà in un giorno non molto lontano, stanca dei lunghi errori, sconfortata, tornare la povera umanità.
Tenterò adesso, per quanto è possibile alla mia miseria e infermità, di tracciare quell’ideale a cui siano chiamati prima dei rapporti dell’anima nostra col suo Creatore, poi in quelli coi nostri fratelli, e vedrai che tutto quanto si riduce a quella parola. Preghiamo il Dio Amore che è venuto a portare il fuoco sopra la terra, che l’accenda nei nostri cuori; preghiamo lo Spirito consolatore, Amore sostanziale del Padre e del Verbo, che c’ispiri quella carità che non dice mai basta; preghiamo finalmente che, lasciata ogni parvenza terrena, l’anima nostra aderisca a Lui con angelica tenerezza.

Lo so che per noi cristiani, eccettuati quei pochi che Dio trae a Sé, per vie straordinarie ed elevatissime, è fatto un dovere di apprezzare quanto è degno perché è rivelazione di Dio, diretta o indiretta, ma sempre grandiosa. Ond’è che Paolo in quella sua troppo meravigliosa Epistola ai Filippesi, che io direi come l’inno del cristianesimo fattosi adolescente, ci esorta a non escludere dal nostro programma niente di quanto sia di onorato e di lode: Pertanto, fratelli, tutto quello che v’ha di santo e di pudico, di giusto, di vero e di amabile, tutto quello che arreca buona fama, ogni virtù, ogni lodevole disciplina sia l’oggetto dei vostri pensieri. E conclude con quell’augurio sublime: E la pace di Dio che supera ogni sentimento custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù.

Scrive alla sua sorellina che prendeva la prima Comunione, e già nella lettera che le scrive egli traduce una sua esperienza interiore e dà testimonianza di quanto fu per lui la prima Comunione.
È questo il giorno dei grandi propositi che devono valere per tutta la nostra vita. Il giorno di un patto eterno, ineffabile, per cui non vorremmo altro che il bene, sempre il bene, tutto il bene. È una promessa di amore. imperituro, l’offerta di un povero cuore, della creatura che non sa cosa fare per rispondere alla tenerezza del suo Creatore. È il colloquio dolcissimo della figlia col Padre dopo cui, altro non ci resta che sospirare il compimento della nostra adozione. E ne proverai tosto gli effetti in un distacco da tutto ciò che porta ad un gelido dissipamento del cuore, senza escludere i giusti sollievi, in una pace e in un gaudio che supera ogni senso, in un annichilamento di te stessa avanti al tuo Signore, in una pienezza di carità che vorrebbe effendersi con tutti, in una ingenua semplicità che non escluderà punto una virtuosa prudenza.

Cominciamo dalla preghiera, da quei momenti ineffabili in cui passa il più intimo colloquio tra la creatura e il Creatore. L’anima contempla la soave bellezza, l’inenarrabile bontà del suo Dio e gli dice: Io ti amo! Egli guarda all’affetto della sua creatura, si commuove il cuore paterno e risponde: Io ti amo! L’anima gli dice con trasporto Padre! Ed Egli: Oh, figlia! L’anima ne ricorda i benefizi : ed Esso ne raccoglie con amorosa compiacenza i ringraziamenti. L’anima piange le sue offese a tanta bontà ed Esso ne asciuga ogni lacrima e la converte in sorriso! Egli la chiama “sua diletta, sua sorella, sua sposa ed essa abbraccia il suo Bene, ed essa grida agli angeli: Sostenetemi coi fiori, appoggiatemi alle mele fragranti, perché languisco d’amore... Io con tutta del mio diletto ed Egli è tutto mio, Egli che si pasce tra i gigli. Corri, come l’agile capretto, come il giovane cervo…. Geme l’anima pura sulla iniquità dei figli degli uomini e Lui che non numera i mondi che ha gettato nello spazio, ne conta le lacrime preziose con lo scrupolo dell’avaro.
Ma che dirò io allorché il mio Diletto viene veramente al suo cuore, entra davvero per quella bocca santificata dalla preghiera? Io penso qualche volta alla prima intelligenza angelica uscita dalle mani di Dio. Dio le dovette dire: Guardami! Oh! Chi ci sapesse ridire quel palpito primo! È questo, è questo, quello che io cerco in quel momento solenne in cui obliata ogni cosa di quaggiù, mi sorride il mio Tutto! Io sono con Lui e Lui con me: non vivo io, vive in me Cristo!
Sì, la trasformazione nostra in Lui, ecco il fine della prece cristiana.

Io non saprei concepire una vita senza preghiera; uno svegliarsi il mattino senza incontrare il sorriso di Dio, un reclinare la sera il capo, ma non sul petto di Cristo. Una tal vita dovrebbe somigliare a notte tenebrosa, piena di avvilimento e di sconforto, arida per un tremendo anatema di Dio, incapace a resistere alle prove, abbandonata a reprobo senso, ignara delle gioie sante dello spirito. Oh! Povera vita! Come si possa durarla in tale stato è per me un mistero. Ma è già mistero tutto il cuore umano. Oh! Io supplico il Signore che la preghiera non abbia a morir mai sulle mie labbra. Che prima abbia a uscire il mio spirito che ammutolirsi cosi miseramente! Sì, perché il giorno – oh, Dio non lo permetta! – che tacesse la preghiera sulle mie labbra sarebbe finita in me ogni vita morale, sarebbe finita l’aspirazione al bene, sarebbero finiti i conforti migliori dell’anima mia! Se tacesse la mia preghiera vorrebbe dire che Dio mi ha abbandonato!
Più alto e intimo esercizio... è una altra preghiera, che è pure una necessità per l’anima giusta. Senza di esso le parrebbe dissacrato e profano quel giorno, senza di esso non troverebbe quel profumo soave di pietà che forma la sua delizia consueta. Sì, la lingua tace, la mente assorge tutta in Dio e medita le sublimi verità di Lui. Oh! mirabili ritrovi dell’uomo con Dio! Oh! Dolci amplessi del Creatore con la creatura! Oh! Elevazioni ineffabili dello spirito umano! Che cos’è il mondo che si possa paragonare a queste gioie purissime di cielo, a questi saggi della gloria ventura? Con quanta premura ci alziamo al mattino per correre alla festa di questi santi pensieri! Ora è la potenza, la bellezza, la santità di Dio; ora le speranze di un giorno supremo; ora l’esinanizione del Verbo fattosi carne per abitare fra noi pieno di grazia e di verità; ora il mistero doloroso del Golgota, o il gaudio del banchetto eucaristico! Quando piangiamo ai piedi di un tronco di croce, quando esultiamo ripensando le parole del Cantico dei Cantici, l’epitalamio dell’anima nostra con Dio!
Oh! Quanto è dolce il Signore a quelli che lo temono! Che dirò poi a quelli che lo amano? Con l’incarnazione del Verbo s’e effusa la tenerezza di Dio per gli uomini e in senso verissimo e sublimissimo l’anima giusta è disponsata a Cristo. Ond’è che Paolo avrebbe voluto offrire i cristiani “come vergine casta a Cristo”, e già nelle profezie si parla di queste sponsalizie di cielo e nel Vangelo stesso le anime sono le vergini che vanno incontro allo sposo. E così noi ascolteremo in santa estasi le amorose profferte di Dio e ripeteremo esultanti il cantico del divino amore...
E noi inviteremo il nostro Diletto ai santi amplessi: “Oh! Ch’ei mi baci col bacio delle sue labbra!... La sua sinistra sostiene il mio capo, mi accarezza la sua destra. Sostenetemi con fiori, appoggiatemi a delle frutta, perché io vengo meno di amore! Come il pomo fra gli alberi della selva, così il mio Diletto fra i figli degli uomini: io voglio assidermi all’ombra sua e gustare la soavità delle sue frutta.
Ecco è spuntata la primavera, ecco si riveste la natura, vieni o mie Diletto!
E Lui, rapito da questo sante aspirazioni della sua creatura risponde intenerito: “Ecco che tu sei bella, e mia Diletta, Amica, sorella, immacolata mia sposa, vieni al tuo Diletto!”
Ricordati poi, caro Paolo, di me col Signore, che n’ho bisogno. Ho bisogno che tante cose non rimangano nella sterile contemplazione, ma trascendano nella realtà effettiva della vita. Ho bisogno che alla solennità ineffabile del mistero cristiano, che per buona sorte si radica sempre più profondo nell’animo, risponda meglio e il raccoglimento dello spirito e lo slancio del cuore. Ho bisogno di quei carismi divini per cui l’invisibile si trasfigura al nostro pensiero o lasciano tracce indelebili i momenti augusti di Dio che si avvicina. Ho bisogno che alle tenerezze e alle sponsalizie del Cristo risponda con più esultanza di amore, questo animo così sterile e incerto, così lontano dalla perfezione amata ben anco, ma non fortemente voluta, così incline alla polvere, mentre dovrebbe assurgere in alto, in alto, in alto! (3 giugno 1887).



Prayer:
O Blessed Contardo Ferrini,

in whose honor I have offered
 
the bloodless sacrifice of the Body and Blood of Christ,
 
grant by thy powerful intercession with God,
 
I may obtain the merits of the passion
 
that, by the utility of this mystery,
 
and death of this same Christ our Savior.
 
Amen

And with its frequency come to salvation.
 





Pio XII che lo definisce "il modello dell'uomo cattolico dei nostri giorni".





Il suo parroco diceva: non si può parlare di Contardo – e lo diceva quand’era vivo – se non con la cotta e la stola, ed era un professore d’università, e viveva in un mondo di cultura avverso alla Chiesa. Ma non conosceva lo sforzo. Era così innamorato di Dio che le cose umane non lo toccavano. Perciò il senso della rinunzia e dello sforzo non esiste in lui, ma esiste invece un senso tutto positivo dei valori umani, che divenivano per lui il mezzo e l’espressione stessa di una vita religiosa la più intensa, la più pura, la più alta.
Source: American Catholic Organization



Dario Mantovani (Università di Pavia) -Relazione del  Convegno del18 ottobre 2002:
"Ogni indagine su Ferrini ci invita a proseguirla". Un giudizio scientifico che si accorda con un altro spirituale, che vuole che i beati siano gli uomini che non muoiono mai.





«
A Suna presso il lago Maggiore, beato Contardo Ferrini, che, nell'educare i giovani, con il suo esempio di fede e di vita cristiana andò ben oltre la scienza umana. »
(Santo di venerazione particolare o locale)

I Luoghi del Beato Contardo Ferrini

  • Pavia - Chiesa del Carmine - Cappella dedicata al Beato Contardo Ferrini con pala d'altare dipinta dal pittore Mario Acerbi
  • Pavia - Collegio Borromeo
  • Pavia - Aula Volta del Palazzo Centrale dell'Università
  • Milano - Chiesa di S. Alessandro (Prima comunione di Contardo Ferrini il 20 aprile 1871)
  • Milano - Via Passarella (qui nasce Contardo Ferrini)
  • Milano - Chiesa dell'Immacolata (Oggi Basilica Santuario di S. Antonio di Padova in Via Carlo Farini, 10) - in questa Chiesa nel 1887, Contardo Ferrini diventa Terziario Francescano - A ricordo dell'evento è posta una targa all'interno della Chiesa.
  • Milano - Università Cattolica - Cripta della Cappella dedicata a San Francesco (tomba del Beato Contardo Ferrini)
  • Milano - Chiesa di Santa Maria della Consolazione in Largo Cairoli (Cappella dedicata al Beato Contardo Ferrini)
  • Suna (Verbania) -  Chiesa della Madonna di Campagna (funerale di Contardo)
  • Suna (Verbania) - Chiesa di Santa Lucia (custodisce ancora oggi la reliquia del cuore di Contardo: e la gente del posto racconta con orgoglio che il cuore del professore diventato beato fu trovato intatto quando, a molti anni dalla morte, venne prelevato dalle sue spoglie per essere conservato in una teca d’argento.
  • Suna (Verbania) Villetta della Famiglia Ferrini.  Targa: In questa casa paterna/ Contardo Ferrini/ posando dagli studi che lo facevano sommo/ nel giure romano/contemplava sulle rive ridenti/la divina infinita armonia/che sol disseta gli spiriti gentili”.
  • Berlino - Cattedrale di Santa Edvige

Milano -Ex Chiesetta dell'Immacolata
in Via Carlo Farini, 10 - Qui, nella Fraternità di Sant'Antonio di Padova,

 Contardo Ferrini
 ha fatto la professione a Terziario Francescano nel 1887

Chiesa dell'Immacolata - Fine 1800 - Interno










Tomba del Beato Contardo Ferrini


Cripta della Cappella di San Francesco d'Assisi

Università del Sacro Cuore - Milano







Beato Contardo Ferrini (1859 - 1902)
Cripta Università del Sacro Cuore - Milano







Fonti (links)

Bollettino del Santuario di Sant'Antonio di Padova n° 1 gennaio-marzo 2013


Il 17 ottobre 1902 è nata una Stella in Cielo. 
Beato Contardo Ferrini prega per noi!